Orio Vergani ricorda Giuseppe Mazzotti

Per quanto sia nato e viva a Treviso, e cioè una delle città più cordiali e più schiettamente affettuose d'Italia, che, a quanto mi sembra, deve ispirar tutto meno che l'amore alla vita solitaria, chi conosca Giuseppe Mazzotti, o, per meglio dire, come lo chiamano gli amici, Bepi Mazzotti, non può pensare a lui se non come ad una specie di Robinson il quale, non avendo isole deserte a propria disposizione, ogni tanto se ne inventa una dove manda a vivere il suo "doppio". Per la gente che lo incontra tutti i giorni per le strade di Treviso, questa faccenda del "doppio" - che farebbe assomigliare il buono, mite, sorridente Mazzotti con i suoi occhiali da medico e la fronte e il viso da musicista tedesco, ad una specie di personaggio da racconti di Hoffmann - può sembrare l'invenzione di un amico che ami fantasticare sui misteri segreti dei tipi umani. Ma non è così: sono sicuro che Bepi Mazzotti non ha un solo "doppio"; ma che ne ha parecchi. E in quanto ad isole deserte ne ha scoperto un intero arcipelago.

Fosse nato al tempo del Pitrè siciliano o del lucchese Ildefonso Nieri, probabilmente Mazzotti avrebbe passato la vita a farsi raccontare dalle vecchie nonne e bisnonne della "Marca d'amore", per raccogliere in un libro, favole e leggende paesane. Ma i tempi sono diversi: anche i caratteri degli esploratori del folclore cambiano. Oltre a tutto, con quell'aria pacifica e, adesso, con la lieve ma evidente curva di un po' di pancetta, Mazzotti è, come s'usa dire un dinamico.
E' un topo di biblioteca che, ogni tanto, per prendere un boccata d'aria, si arrampica sul Cervino.
La sua casa di Treviso è piena di schedari, di vecchie e nuove fotografie, di gelose scartoffie, ma non molti anni fa questo pacioso sedentario ha scalato parecchie cime inviolate delle Ande.

Scrive d'arte, ma si devono a lui molte delle più belle pagine italiane sull'alpinismo - quando scrive di montagna Mazzotti è uno degli scrittori italiani più tradotti in Europa - : vive idealmente molte ore della sua vita fra i personaggi del Settecento veneto; ma ogni tanto par che si nasconda fra i duemila e i tremila metri in qualche rifugio alpino a parlar, chi sa di cosa, con i gioghi nevosi e con i ghiacciai. Forse appunto perché è alpinista e addirittura, benché la sua modestia rifiuti questa definizione, un maestro di alpinismo, è un uomo di grandissima pazienza. Quando si pone un problema che non ha nulla a che fare con le "pareti" e con le rocce inaccessibili, di fronte a quel problema, ch'egli affronta sempre con la ferma volontà di risolverlo, egli si comporta come l'arrampicatore solitario che, seduto sul ghiacciai sotto una torre dolomitica, studia, di là sotto, la "via nuova", appiglio per appiglio. Il capolavoro della sua vita sarà, probabilmente, la salvezza di quel gigantesco patrimonio d'arte che sono le "ville venete". Un uomo che, per conto proprio, vive in una modestissima casetta alla periferia di Treviso - una villetta di "stile-capomastro" - ha saputo, con la pazienza di un certosino, portare su un piano nazionale e internazionale il problema della salvezza delle prodigiose ville nelle quali si deliziò nei suoi ozi seicenteschi e settecenteschi, tutto il patriziato veneto. Era un mondo che cadeva a pezzi, a occuparsi del quale erano solamente alcuni fanatici.
Mazzotti, che crede, a differenza di molti altri, ai valori della pubblicità, ad un certo punto ha "propagandato" il problema non solamente attraverso una monografia, come avrebbe potuto fare con risultati più ristretti un normale studioso, ma attraverso una serie di grandi esposizioni che esponevano il problema nel suoi aspetti, è il caso di dirlo, più drammatici. Era la denuncia, fatta senza arrochire la voce e senza battere i pugni sul tavolo, di una gravissima incuria nazionale. La mostra fu portata a Milano, a Roma, a Londra. Mazzotti, mentre il suo amico professor Cevese, acutissimo giovane storico d'arte, faceva lo stesso per le ville vicentine, ha continuato a pestar sul chiodo finché è venuta dal Governo una promessa grossa: in un certo numero di anni sedici miliardi saranno erogati per salvare quelle dimore che la proprietà privata non è in grado di proteggere.

Orio Vergani
(Il Corriere della Sera, 8 marzo 1958)