UN’ETICA DELLA TERRA MADRE
Come prendersi cura della Casa comune

Leonardo Boff

Castelvecchi Editore
2019

 

Presentazione dell’opera

Il rapporto tra l’essere umano e la Terra ha superato un limite sistemico: le risorse naturali non sono infinite, né possiamo supporre un progresso infinito. L’umanità è costretta a confrontarsi con una questione globale dal valore etico più che scientifico. Per questo è urgente elaborare un’etica della Terra che sia in grado di restituire alla grande Madre comune la vitalità che il nostro agire le ha sottratto. Quest’etica, però, non sarà possibile senza una spiritualità profonda, che possa risvegliare in noi un serio impegno di amore, di responsabilità e di cura nei confronti della Casa comune che abitiamo.
Leonardo Boff elabora in questo volume una “eco-teologia della liberazione” basata su un nuovo rapporto tra umanità e natura in cui il rispetto, e non più il dominio.

 

Note bio-bibliografiche dell’autore

Leonardo Boff, nato a Concórdia nel 1938, è un filosofo e teologo brasiliano. Ex francescano, è attivista dei diritti umani e membro della Commissione che ha redatto la Carta della Terra.

Durante le sue battaglie a favore degli ultimi, è spesso entrato in conflitto con la gerarchia ecclesiastica.

È uno dei più grandi esponenti della Teologia della liberazione. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo; Castelvecchi ha pubblicato La diversità che libera (con Boaventura de Sousa Santos, 2018) e Il sogno della Casa comuneRiflessioni di un vecchio teologo e pensatore (2019).

 

Motivazione della giuria:

Riscaldamento globale, inquinamento planetario, sfruttamento economico… Oggi più che mai il nostro pianeta è sull’orlo della sparizione per un modello di economia e sviluppo ormai insostenibile per gli equilibri ambientali. Il libro di Leonardo Boff offre un’importante riflessione teologica nel tentativo di indicare nuovo rapporto tra umanità
e natura, in cui il rispetto e non più il dominio sia l’elemento centrale. Un importante appello a un serio
impegno di amore, di responsabilità e di cura nei confronti della Terra, della nostra casa comune.

 

I PAESAGGI DELLE ALPI
Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia

Annibale Salsa

Donzelli Editore
2019

 

Presentazione dell’opera

Attraverso la lente di Salsa il paesaggio alpino passa dall’essere visto all’essere vissuto, diventando uno spazio di vita. I paesaggi delle Alpi sono l’esito della continua interazione nel tempo tra l’uomo e lo spazio montano: l’attività umana lascia delle tracce, che diventano segni, simboli, testimonianze stratificate di storie e di eventi. È l’essere umano, in altre parole, a «fare il paesaggio», ed è in esso che possiamo cogliere l’ibridazione tra natura e cultura. Per comprendere i paesaggi alpini è necessario ripercorrerne la genesi, individuando i fattori e gli eventi che hanno inciso sulla loro costruzione, ma anche guardare ai processi individuali e collettivi di creazione di senso sulla base dei quali questi luoghi vengono abitati. Tenendo insieme queste due prospettive è possibile capire come una prassi responsabile, attenta all’uso delle risorse, cosciente del valore del limite, fondata sul senso di appartenenza e sulla partecipazione sia l’unica strada per trasformare uno spazio fragile come quello alpino senza distruggerlo, permettendo a chi lo abita di continuare a farlo.

 

Note bio-bibliografiche dell’autore

Annibale Salsa, antropologo ed esperto conoscitore delle Alpi, ha insegnato Antropologia filosofica e Antropologia culturale all’Università di Genova. È stato Presidente generale del Club Alpino Italiano (CAI) e Presidente del Gruppo di lavoro Popolazione & cultura della Convenzione delle Alpi. È docente della Trentino School of Management – Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio della Provincia Autonoma di Trento e fa parte del Comitato Scientifico della Fondazione Dolomiti Unesco.
Si occupa di temi e problematiche attinenti l’antropologia del turismo montano, con particolare riferimento alle Alpi. È autore di articoli e di saggi pubblicati su riviste scientifiche specialistiche e di divulgazione, anche in contesti internazionali.

 

Motivazione della giuria:

Saggio che compie un passo avanti imprescindibile per chi, d’ora in poi, vorrà continuare il lavoro per la conoscenza e per la cura della montagna. E’ innanzitutto un vasto affresco di storia delle idee, nel quale il mondo delle Alpi, per antonomasia il mondo della montagna, appare con occhi diversi nel corso del tempo e nella varietà delle percezioni umane: terreno di fatica e di paura per il montanaro; spettacolo sublime per il cittadino; teatro di guerra per il soldato; laboratorio di arti e mestieri per i costruttori di una meravigliosa civiltà di forme adattative; soprattutto, e qui batte il cuore dell’autore e della giuria, antologia impressionante di esperienze regoliere di lunga durata, vive in tutto l’arco delle Alpi, con le quali le comunità insediate esercitano “un altro modo di possedere” i beni comuni, spazi di natura e di cultura che non sono privati, non appartengono al demanio pubblico, non sono alienabili o usucapibili, non possono cambiare destinazione d'uso, garantiscono dunque la persistenza del diffuso patrimonio agrosilvopastorale sul quale poggiano i primi piccoli ma importantissimi segnali di un “ritorno alle terre alte”.

 

TIPOTECA
Una storia italiana

Silvio Antiga (a cura di)

Antiga Edizioni
2019

 

Presentazione dell’opera

“Un buon libro è una pietra miliare, segna un punto di riferimento nello spazio e nel tempo. E chi i libri li stampa quotidianamente e conosce bene questo mestiere, sa che un libro è naturalmente lo strumento più appropriato per fissare sulla carta una storia”, afferma Lucio Passerini nell’introduzione del volume.

L’occasione dei primi cinquant’anni di storia d’impresa di Grafiche Antiga offre dunque il valido pretesto per dar vita a un’opera, ricca di immagini e di contenuti, che ripercorre non soltanto la storia del museo, ma soprattutto pone sotto i riflettori materiali e documenti di assoluto valore. E il libro stesso diventa un viaggio nella stampa, con l’accorto uso di carte e tecniche che sanno dare “carattere” al libro stampato nell’era digitale, a partire soprattutto dai tre inserti stampati in tipo-impressione con caratteri storici dell’archivio di Tipoteca.

Disegnato dal grafico londinese Simon Esterson, con il racconto visivo del fotografo Claudio Rocci e i testi di studiosi italiani e stranieri, “Tipoteca. Una storia italiana” è un omaggio tangibile alla bellezza del libro e della tipografia, con un accento particolare sui caratteri e sulle macchine, un autentico patrimonio storico salvato da Tipoteca e oggi reso ancora fruibile al pubblico grazie ad anni di impegno e passione.

 

Note bio-bibliografiche dell’autore

Silvio Antiga, dopo l’apprendistato in una stamperia locale, ha arricchito la sua formazione professionale lavorando nel reparto prestampa di una grande tipografia trevigiana. Nel 1969 fonda con i fratelli Franco, Mario e Carlo l’azienda Grafiche Antiga a Crocetta del Montello (Treviso). Nel 1995 costituiscono a Cornuda la Tipoteca Italiana, una fondazione privata che ha lo scopo di preservare e divulgare il patrimonio della tipografia italiana e ad oggi considerata il più importante polo museale italiano, con riconoscimenti internazionali, dedicato alla storia della stampa e alla cultura del design tipografico.

 

Motivazione della giuria:

Sono molti i motivi che hanno portato i giurati ad assegnare il premio al volume Tipoteca: perché le sue pagine, che arricchiscono i lettori di conoscenza ed emozioni, raccontano una storia italiana di successo, di una famiglia veneta e dell’arte tipografica, e i giurati sono convinti che le storie di qualità salveranno la stampa, aggiungendo valore culturale a terre materialmente prospere. Perché la cornice nel libro si fa bellezza pura, con l’ingegno creativo che sposa la tecnica editoriale e le vite degli uomini si coniugano con il cammino dei caratteri, dal Cinquecento a oggi. Perché questa opera incredibilmente affascinante è il frutto di un lavoro di squadra, di molti autori che (sotto la guida di Silvio Antiga e dei suoi fratelli) “sanno” della stampa, l’hanno vissuta, ci sono cresciuti dentro, fino a creare un museo e una realtà culturale frequentata da appassionati e studiosi che arrivano da tutto il mondo per scoprire le origini dell’arte della stampa, della comunicazione, del design. Il nostro riconoscimento è Premio letterario Mazzotti e questo libro è vera letteratura, fondata sulle parole e sulle immagini, su pagine capaci di trasmettere il profumo degli inchiostri, il calore delle fusioni e il rumore delle macchine via via più potenti: il massimo dell’artigianato.

 

NEL CASTELLO DELLE STORIE.
Montagne, ghiacciai,  foreste da oggi al 1778 

Marco Albino Ferrari

Ulrico Hoepli Editore
2019

 

 

Presentazione dell’opera

Alta sulla valle, aggrappata alla roccia che domina Sondrio, si erge un’antica magione dai muri spessi quanto l’apertura delle braccia di un uomo. È Castel Masegra, oggi divenuto sede di Cast, il “Castello delle Storie di Montagna”. Nel percorso che si snoda tra le sale – curato dall’autore di questo libro – il filo del racconto porta via via a conoscere e condividere quel mondo, quelle storie, quei volti vengono ripresi e sviluppati in queste pagine attraverso dodici eventi realmente accaduti, sorprendenti quanto emblematici. Protagonisti sono camminatori, alpinisti, scopritori di universi calati nelle loro avventure, ognuna delle quali permette di risalire al particolare clima che l’ha generata poiché l’uomo ha gettato sguardi via via mutevoli verso le montagne, inventandole e reinventandole sotto l’influsso delle diverse temperie culturali della storia.

Dodici differenti vicende umane, ordinate andando a ritroso lungo la linea del tempo fino ad arrivare allo stupore da cui tutto ha avuto inizio, che vengono riprese nel volume in altrettanti capitoli, ognuno dei quali comprende un’introduzione sul periodo storico e una grande vicenda paradigmatica di quella specifica temperie culturale: filo conduttore è il rapporto tra uomo e natura attraverso la storia dell’alpinismo.

Completa l’opera un’inedita e universale cronologia dell’alpinismo, prezioso strumento di consultazione.

 

Note bio-bibliografiche dell’autore

Marco Albino Ferrari, nome di richiamo nel mondo della cultura di montagna, è scrittore, sceneggiatore, giornalista. I suoi volumi sono stati pubblicati dalle maggiori case editrici (Einaudi, Feltrinelli, Rizzoli, Laterza, Corbaccio, Ponte alle Grazie) ed è risultato vincitore di diversi premi letterari. Per Vivalda ha curato la collana “I Licheni” e dal 1998 ha diretto la rivista Alp. Nel 2002 ha fondato la rivista Meridiani Montagne, che ha diretto per diciassette anni, mentre a metà degli anni Duemila ha iniziato a scrivere per La Stampa opinioni, storie e racconti di viaggio a puntate. È curatore del museo Cast, ospitato nel Castello Masegra di Sondrio.

 

Motivazione della giuria:

Il libro unisce rigore scientifico a letture appassionanti in dodici ricostruzioni ambientate sulle montagne di tutto il mondo. A ritroso, dai giorni nostri al Settecento. Una serie di racconti che uno storico e romantico come Bepi Mazzotti avrebbe letto con estremo interesse. L’idea del libro è nata a Castel Masegra, che sorge alto sopra Sondrio, oggi divenuto sede del Cast, il Castello delle Storie di Montagna. Qui è stato creato un percorso interno – curato dallo stesso autore del libro – che porta via via a penetrare una visione onirica in quel mondo. Quelle storie, quei volti vengono ripresi e sviluppati in queste pagine attraverso eventi realmente accaduti, culturalmente sorprendenti e quanto mai emblematici. I Protagonisti sono escursionisti, alpinisti, esploratori; ma anche umili montanari, pastori e bracconieri. Ecco la conferma che salire le montagne rientra a pieno titolo nella storia delle culture. Chiude il volume una inedita e universale cronologia dell’alpinismo, prezioso strumento di consultazione.

 

 

FLOWER POWER
Le piante e i loro diritti

Alessandra Viola

Giulio Einaudi Editore
2020

 


Presentazione dell’opera

Le piante hanno diritti? E, se ne hanno, quali sono e cosa comporterà il fatto di riconoscerli?

Attribuire dei diritti a soggetti che ne sono privi appare da sempre un’idea stravagante, eppure non bisogna dimenticare che neri, donne e bambini un tempo non ne avevano alcuno e oggi anche questo ci sembra impensabile.

Nei secoli l’uomo ha allargato la cerchia dei diritti in seguito a guerre o rivoluzioni, come forma di riparazione per le ingiustizie e i danni subiti. Ci riferiamo sempre a guerre umane, ma combattiamo anche contro un popolo silenzioso e pacifico, dal quale dipende la nostra stessa sopravvivenza e che, malgrado questo, abbiamo decimato, spingendo migliaia di specie sull’orlo dell’estinzione: è il popolo delle piante, gli il più numeroso sul pianeta Terra (le piante costituiscono circa il 96% di tutto ciò che è vivo).

Firmare una “pace con l’ambiente” è ormai indispensabile per risolvere problemi globali come fame, migrazioni di massa, desertificazione, inquinamento e cambiamenti climatici. È giunto il momento di riflettere su una “Dichiarazione universale dei diritti delle piante”, che riconosca i diritti delle nostre “sorelle verdi” e garantisca così anche i nostri.

 

Note bio-bibliografiche dell’autore

Alessandra Viola, giornalista scientifica, collabora con numerosi quotidiani, settimanali e tv ed è documentarista e sceneggiatrice di programmi televisivi RAI. Nel 2007 la Fondazione Armenise – Harvard le ha assegnato una borsa di studio per il miglior articolo scientifico dell’anno. Nel 2013 ha collaborato con la trasmissione Metropoli (Rai 3) e dal 2010 al 2012 con Cosmo (Rai 3), in qualità di inviata. Nel 2011 ha condotto il Festival della Scienza Live di Genova.

Nel 2014 è risultata vincitrice del Premio Gambrinus “Giuseppe Mazzotti” insieme a Stefano Mancuso con l’opera “Verde brillante. Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale” (Giunti Editore, 2013) nella sezione “Ecologia e Paesaggio”.

Nel 2019 la Giuria del Centro Parchi Internazionale di Roma le ha conferito il Premio Ambasciatore della Natura.

 

Motivazione della giuria:

Pianta che non dà frutta, tagliala tutta”: per secoli una convinzione popolare ha costituito la bussola negativa del nostro rapporto con il mondo vegetale. Viviamo in una società miope, che si preoccupa per aspetti spesso frivoli ma non per il consumo indiscriminato di suolo, che si gioca tutto su uno sviluppo insostenibile e non si interroga su come potremmo vivere senza le piante, esseri viventi sensibili e intelligenti dai quali dipende la nostra vita in modi non ancora pienamente compresi. Un primo passo verso questa ritrovata sintonia con il mondo vegetale sarebbe riconoscere alle piante i diritti che a loro spettano. Un riconoscimento, fino a poco tempo fa impensabile, che viene favorito da Flower Power. Le
piante e i loro diritti, libro delizioso e ben strutturato con cui la scrittrice Alessandra Viola ci accompagna in un affascinante viaggio ricco di aneddoti e storie, alla scoperta di quel popolo delle piante silenzioso e
pacifico, in gran parte sconosciuto e in gran parte decimato, spingendoci a tifare con passione per la sua
difesa e i suoi diritti negati. Dopo aver appreso di storia e di economia, di fisiologia e di scienze farmaceutiche, di medicina e di filosofia, i lettori guarderanno con rispetto, oltre all’Amazzonia martoriata dagli incendi e dal disboscamento, anche alle aiuole sotto casa o alle ortiche che allegramente crescono sui bordi della strada.

Archeologo e orientalista

Sabatino Moscati nasce a Roma nel 1922 da famiglia ebraica. Attratto dal mondo orientale, ma impossibilitato a causa delle leggi razziali a iscriversi all’università di Stato, studiò al Pontificio Istituto Biblico, laureandosi nel 1945.

Ottenute le libere docenze in ebraico e lingue semitiche comparate e in storia e istituzioni musulmane, fu nominato professore incaricato nelle Università di Roma (1946-54), Firenze (1950-52) e all’Istituto universitario orientale di Napoli (1953-58). Alla fine del 1954, vinto il concorso di ebraico e lingue semitiche comparate, fu chiamato a insegnare la disciplina, poi denominata filologia semitica, all’Università di Roma La Sapienza, dove restò come professore ordinario fino al 31 ottobre 1982. Dall’anno accademico 1982-83 si trasferì all’Università di Roma Tor Vergata.

Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, sotto la guida di Gabrieli, Moscati scrisse diversi saggi storici sul mondo arabo tra il periodo ommayade e abbaside, raccolti molti anni dopo nel volume Dal regno arabo all’impero musulmano (1992).

A partire dagli anni Sessanta, Moscati orientò le sue ricerche sulla componente fenicia della civiltà mediterranea, estendendole al mondo punico e ad altri aspetti della storia e dell’archeologia del Mediterraneo antico. Il saggio La questione fenicia (1963), nel quale affrontava le origini della civiltà fenicia in tutte le sue connotazioni agli inizi dell’età del Ferro, contiene in nuce i temi principali dei suoi studi successivi e della sua scuola.

Tesi di fondo di tutta la sua produzione sulla civiltà fenicia e punica è che la complessità del mondo mediterraneo non possa esaurirsi in una visione bipolare greca e romana, ma debba abbracciare le componenti culturali delle civiltà che hanno gravitato, più o meno stabilmente, sul Mediterraneo antico. Il mondo fenicio e punico viene così recuperato alla formazione della storia dell’Italia, al pari di quello dei Celti e di altri popoli italici: in tale prospettiva, il Mediterraneo antico non è più visto come un’area culturale esclusivamente greco-romana, ma come parte di un orizzonte più ampio in cui si incontrano Oriente e Occidente

Organizzò e diresse fondamentali missioni archeologiche italiane: in Palestina, dove è stata posta in luce la cittadella dei re di Giuda a Ramat Rahel; in Sicilia, dove sono riemerse le stele sacrificali del luogo sacro di Mozia; a Malta, dove si sono individuati il tempio di Giunone e i resti cristiani di San Paolo; in Sardegna, dove è stata scoperta la città punica di Monte Sirai; in Tunisia, dove sono state individuate nella zona del Capo Bon varie fortezze di età punica.

Pubblicò numerosi studi, sempre improntanti a una spiccata attenzione per la divulgazione scientifica e l’accessibilità delle informazioni a un pubblico di non solo specialisti. Ne furono prova, tra gli altri, i lavori Archeologia mediterranea. Missioni e scoperte recenti in Asia, Africa, Europa (1966); Italia sconosciuta (1971); L’archeologia (1975); Le pietre parlano. Alla scoperta dell’Italia sepolta (1976); La civiltà mediterranea. Dalle origini della storia all’avvento dell’ellenismo (1980); L’archeologia oggi. Scienza e tecnica alla scoperta delle civiltà sepolte (1983); Passeggiate nel tempo. L’archeologia oggi tra avventura e scoperte (1990); Dove va l’archeologia? (1995); Un futuro per l’archeologia (1995). Con lo stesso intento scientifico-divulgativo realizzò le mostre a tema archeologico di Palazzo Grassi a Venezia, di cui si ricordano soprattutto quelle sui Fenici del 1988 (750.000 visitatori) e quella sui Celti (1991); nonché la pubblicazione del mensile Archeo, edito da De Agostini, che resse dal 1984, anno di fondazione del periodico fino al 1997.

Oltre all’attività accademica, Moscati ricoprì molti ruoli di responsabilità in istituzioni scientifiche e culturali: direttore del Centro di studi semitici e poi dell’Istituto di studi del Vicino Oriente e della Scuola orientale dell’Università di Roma; direttore del Centro per le antichità e la storia dell’arte del Vicino Oriente e vicepresidente dell’Istituto per l’Oriente, nonché presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto per la civiltà fenicia e punica del CNR, presidente del Comitato nazionale per gli studi e le ricerche sulla civiltà fenicia e punica del ministero dei Beni culturali e ambientali, direttore della Enciclopedia Archeologica presso l’Istituto dell’Enciclopedia italiana, presidente dell’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente, presidente dell’Unione accademica nazionale. Diede vita a pubblicazioni scientifiche come Oriens Antiquus, la Rivista di studi fenici e la Rivista degli studi orientali; numerose altre furono da lui dirette.

Membro effettivo della Pontificia accademia di archeologia, fu altresì socio corrispondente e poi socio nazionale, rispettivamente nel 1959 e nel 1968, dell’Accademia nazionale dei Lincei, di cui fu vicepresidente dal 1991 al 1994 e presidente dal 1994 al 1997.

Morì a Roma l’8 settembre 1997.

MOTIVAZIONE

Il Comitato Promotore e la Giuria del Premio per i suoi alti meriti acquisiti nello studio e nella ricerca archeologica lo ha insignito del Premio «Honoris Causa» 1986.

 

 

 

Entomologo, speleologo ed ecologo

Nasce a Vado Ligure il 9 ottobre 1918 e si trasferisce all’età di due anni a Brescia; negli anni degli studi conosce e frequenta Corrado Allegretti, Leonida Boldori e il suo maestro Gian Maria Ghidini. A cavallo della seconda guerra mondiale, esplora e descrive un gran numero di grotte del bresciano. Conosce e collabora con i maestri francesi della speleologia e della biospeleologia, quali Norbert Casteret e René Jeannel. Laureatosi in Scienze Naturali nel 1943 all’Università di Pavia, svolgerà presso questo Ateneo la sua intera carriera universitaria come professore di Entomologia, fondandovi l’Istituto di Entomologia nel 1964. Le sue scoperte nel settore dei veleni animali e delle secrezioni chimiche degli artropodi hanno generato nuovi filoni di intense attività scientifiche in tutto il mondo da parte di innumerevoli scienziati: ha isolato ed esaminato almeno 15 sostanze biologicamente attive, prima fra tutte la Pederina, entrata nella pratica terapeutica in Africa e in America per la cura di piaghe da decubito e ulcere di varia natura.

Negli anni 50 ha inizio la sua collaborazione con il Corpo Forestale dello Stato, che affianca inizialmente per il supporto scientifico a progetti specifici quali il trapianto di nidi di formiche dalle Prealpi all’Appennino pavese e la lotta contro gli insetti dannosi dei boschi: studi e risultati furono poi riconosciuti dall’Organizzazione Internazionale di Lotta Biologica (OILB). Accanto al Corpo forestale ha modo di approfondire la conoscenza del territorio, ma anche di verificare la fragilità degli ecosistemi esposti a svariati rischi di degrado per incuria, inquinamento e speculazione. È a partire da questa esperienza che Pavan comincia ad orientare ricerche e impegno ai problemi dell’ambiente sia a livello nazionale che internazionale. Con l’appoggio dell’Università di Pavia, Pavan offre la sua consulenza alle commissioni parlamentari che porterà a varare la legge sulle Riserve naturali integrali dello Stato: è I’inizio di una nuova politica di gestione del territorio che porterà l’Italia ad avere oltre 250 Riserve naturali dello Stato e delle Regioni. È per la prima Riserva naturale italiana di Sasso Fratino nelle Foreste demaniali Casentinesi, da lui proposta e fatta realizzare, che le 21 Nazioni del Consiglio d’Europa hanno insignito l’Italia dell’ambito e raro Diploma Europeo. Nell’arco di circa vent’anni la sua collaborazione viene più volte richiesta all’estero per l’istituzione di oltre 300 riserve naturali, tra le quali si annoverano il Parco Nazionale del Paramo sulle Ande dell’Ecuador e il Parco Nazionale dell’Oltre Giuba in Somalia.

La sua pluridecennale attività in seno al Consiglio d’Europa, in qualità di presidente del Comitato Europeo per la Salvaguardia della Natura e delle sue Risorse Naturali, ha creato le premesse affinché gli Stati membri adottassero iniziative significative per la salvaguardia dell’ambiente, quali la Carta delle Foreste, la Carta europea del Suolo, la Carta europea dell’Acqua, la Carta sugli Invertebrati e la Carta Ecologica delle Regioni di Montagna in Europa, e costituissero una rete europea di Riserve Biogenetiche.

Per la sua totale dedizione ai gravi problemi che coinvolgono l’ambiente naturale mondiale e i numerosi e prestigiosi incarichi nazionali e internazionali ricoperti, nel 1987, a Mario Pavan viene affidato l’incarico di Ministro dell’Ambiente nel Governo Fanfani: sull’attività svolta ha pubblicato un ampio documentato resoconto.

II Prof. Pavan ha ricevuto all’estero importanti riconoscimenti internazionali e la laurea “honoris causa” per le ricerche biologiche e per azione condotta in vari continenti per la tutela dell’ambiente e della qualità della vita. Muore a Pavia il 16 maggio 2003.

MOTIVAZIONE

Entomologo ed ecologo di fama internazionale Mario Pavan, professore dell’Università di Pavia, rappresenta il raro e quanto mai positivo esempio del Maestro e del ricercatore che, pur non abbandonando mai la connaturata curiosità propri del naturalista, ha saputo uscire allo scoperto e operare anche nelle complessità del mondo sociale portando in organizzazioni internazionali e nella politica la voce della più profonda competenza. La sua attività quale “non politico nel mondo della politica” è culminata nella recente carica di Ministro dell’Ambiente, dove ancora una volta ha offerto il contributo della sua cultura e operatività.

Mario Pavan ha compiuto studi ed esplorazioni in tutti i continenti e gli oceani, ha prodotto una decina di volumi e centinaia di pubblicazioni scientifiche, fondamentali per la conoscenza e la gestione ecologica del territorio. Combattente vittorioso in tante battaglie per la salvaguardia della natura, ha lungamente agito, in sintonia con il Corpo Forestale dello Stato, per la costituzione di Riserve naturali: questo è stato l’inizio di una nuova politica di gestione del territorio che ha portato l’Italia ad avere oltre 250 Riserve naturali dello Stato e delle Regioni. È per la Riserva naturale di Sasso Fratino da lui proposta e fatta realizzare che le 21 Nazioni del Consiglio d’Europa hanno insignito l’Italia nell’ambito e raro Diploma Europeo.

La Giuria, assegnandoli per la sua opera complessiva il Premio “Honoris Causa”, intende onorare la vita esemplare di uno scienziato che mai s’è chiuso nella sua torre d’avorio. A Mario Pavan, di ascendenza trevigiana, va il saluto del Consiglio Direttivo e della Giuria del Premio, di tutti gli amici e della gente veneta.

Partigiano e scrittore

Nuto Revelli nasce nel 1919 a Cuneo. Nel 1942 parte volontario per il fronte russo, ufficiale effettivo della 2ª Divisione alpina “Tridentina”, per affrontare la seconda battaglia difensiva del Don. Vivrà la tragedia della ritirata, prendendo parte alla battaglia di Nikolaevka. Rientrato in Italia, a partire dal settembre 1943 si unisce alla Resistenza italiana, dapprima con una propria formazione partigiana, poi entrando nella Banda Italia Libera delle formazioni Giustizia e Libertà del Cuneese.

A lunga distanza l’uno dall’altro, pubblica con Einaudi, sei libri, frutto di dure esperienze personali,  di quarant’anni di caparbio lavoro di ricerca e documentazione e di appassionata tenacia per dare voce all’Italia che non conta, agli emarginati, ai dimenticati di sempre: dapprima i reduci di tutte le guerre, poi i contadini delle campagne più povere ed infine le figure femminili delle «calabrotte».

Sono le voci dei «vinti», un affresco minuzioso di un mondo disfatto, di un pezzo della nostra società disgregato nella sua sostanza, dipinto sempre con sensibilissimo impegno civile, con amore per la gente, con rispetto profondo per gli umili. Sono pagine impetuose, racconti di miseria, di fatica bestiale, di fame, al limite della sopravvivenza: «Mai tardi. Diario di un alpino in Russia» (1946); «La guerra dei poveri» (1962); «La strada del Davai» (1966), testimonianze di quaranta reduci della Cuneense; «L’ultimo fronte. Lettere di soldati caduti o dispersi nella seconda guerra mondiale» (1971); «Il mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina» (1977). Nella sua ultima opera, «L’anello forte. La donna: storie di vita contadina» (1985), insignito del Premio Grinzane Cavour nel 1986, le protagoniste sono 260 donne emarginate e coraggiose che si raccontano.

Sempre all’esperienza lacerante della guerra e della lotta di Liberazione, che, ancora, a distanza di tanto tempo interrogano e inquietano profondamente la coscienza, sono ispirate le ultime tre opere di Revelli pubblicate da Einaudi: «Il disperso di Marburg» (1994); «Il prete giusto» (1998); «Le due guerre. Guerra fascista e guerra partigiana» (2003). Pluridecorato per Valor militare e per la sua partecipazione alla Resistenza. Il 29 ottobre 1999 gli viene conferita, all’Università di Torino, la Laurea honoris causa in Scienze dell’Educazione “per l’attività di narratore e di saggista, ma soprattutto per le sue capacità pedagogiche che gli permisero di far conoscere la storia della guerra e il dopoguerra nel Sud del Piemonte”.

Nuto Revelli muore a Cuneo il 5 febbraio 2004.

MOTIVAZIONE

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione su indicazione unanime della Giuria, lo ha insignito del Premio «Honoris Causa» 1988 ricordandone lo strenuo impegno morale e civile da sempre rivolto alla montagna e al suo «mondo dei vinti».

 

Fotografo

 

Gianni Berengo Gardin nasce a Santa Margherita Ligure nel 1930, ma cresce e studia a Venezia, la sua città. In seguito si trasferirà a Roma, in Svizzera, a Parigi ed a Venezia svolgendo varie attività nel campo del turismo, per stabilirsi, infine, a Milano nel 1965.
Inizia ad interessarsi di fotografia a partire dal 1954. È tra i soci del famoso circolo fotografico La Gondola e, chiamato da Italo Zannier, del Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia. Successivamente con alcuni amici fonda il Gruppo fotografico Il Ponte.
Dall’attività fotografica amatoriale ottiene molti successi ed innumerevoli sue immagini sono pubblicate su cataloghi di importanti mostre e riviste specializzate in ogni parte del mondo.
I suoi primi lavori professionali sono del 1962, e come ha scritto Cesare Colombo: “Dopo un periodo iniziale di obbligatorio eclettismo, Berengo Gardin ha deciso di rinunciare ai facili guadagni e all’atmosfera brillante e mondana legata alla professione della fotografia di moda e pubblicitaria. Si è invece completamente dedicato alla fotografia di reportage per diversi editori e periodici, alla narrazione fotografica come indagine sociale, alla documentazione dell’architettura, alla descrizione dell’ambiente, settori di attività molto meno remunerativi, difficilmente apprezzati dall’editoria italiana, ma più ricchi sul piano dell’autonomia creativa e più vicini al suo modo di concepire e di operare nella vita.”
Le prime fotografie di reportage di Berengo Gardin vengono pubblicate nel 1954 dal settimanale «Il Mondo» nella sua prima serie romana, allora diretta da Mario Pannunzio, che fu per Berengo Gardin grande maestro di vita e di fotografia: la collaborazione durerà sino al 1965. Da allora lavora per le principali testate della stampa illustrata italiana ed anche per alcune straniere, intrattenendo continui rapporti con editori stranieri ed italiani con i quali realizzerà oltre cento volumi fotografici. Continua e regolare è stata soprattutto la collaborazione con il Touring Club Italiano per il quale realizza diversi volumi su regioni e città italiane, e vari paesi europei; per l’Istituto Geografico De Agostini inoltre documenterà con le sue immagini gran parte dell’Italia. Negli anni 1984-1985 su invito del “picture editor” Mauro Galligani, inizia la sua regolare collaborazione con il settimanale EPOCA.
Sue immagini sono inserite nelle collezioni di diversi musei e fondazioni culturali, quali il Museo d’Arte Moderna di New York, il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma, la Biblioteca Nazionale di Parigi, la sede dell’ONU a New York, la Eastman House di Rochester, la Photokina di Colonia, l’Expo di Montreal, la Galleria Nazionale di Arte ed Estetica di Pechino, l’Istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Pisa, ecc.
Ha tenuto oltre 300 mostre personali in Italia e all’estero. Nel 1991 una sua importante retrospettiva è stata ospitata dal Museo dell’Elysée a Losanna e nel 1994 le sue foto sono state incluse nella mostra dedicata all’Arte Italiana al Guggenheim Museum di New York. Tra le più recenti citiamo la personale a Palazzo Pichi Sforza di Sansepolcro (2008); “La Porrettana in cinque amici” (2009) a Porretta Terme dedicata alla prima strada ferrata che attraversò l’Appennino collegando Bologna con Pistoia; ”Storie di un fotografo” tra 2013 e 2014 che ha toccato le città di Venezia, Milano, Verona e Genova; “Venezia e le grandi navi” (2014 e 2015) in collaborazione con il FAI, a Milano (Villa Necchi) e a Venezia (Negozio Olivetti), il suo reportage di denuncia sul passaggio delle grandi navi a Venezia; “Vera fotografia. Reportage, immagini, incontri”, (2016) al PalaExpo di Roma, la sua lunga carriera raccontata attraverso i principali reportage e oltre 250 fotografie; “In festa. Viaggio nella cultura popolare italiana”, 2017 a Pistoia per il festival Dialoghi sull’uomo è stata inaugurata la mostra fotografica L’esposizione, riunisce per la prima volta 60 fotografie in bianco e nero realizzate tra il 1957 e il 2009, molte delle quali inedite, dedicate alla cultura popolare italiana. Una mostra che diviene il racconto di un’Italia “in festa”, dove ognuno celebra la propria cultura e la propria storia con riti vecchi e nuovi: un affascinante mondo popolato di bambini, di zingari, di anziane o giovani signore vestite per la festa e di danzatori di ogni età.
Numerosi e prestigiosi i premi e riconoscimenti: ad Arles, sede degli Incontri Internazionali di Fotografia, ha ricevuto l’Oskar Barnack – Camera Group Award; nel 1994 l’Oscar Barnack Award per il reportage sulle comunità di zingari in Italia, uscito in un volume dal titolo Disperata Allegria – vivere da Zingari a Firenze; il 18 ottobre 2008 a New York gli è stato assegnato il Premio Lucie Award alla carriera, quale riconoscimento per i suoi meriti fotografici.
A maggio 2009 all’Università Statale di Milano gli è stata conferita la laurea honoris causa in Storia e critica dell’arte.

MOTIVAZIONE

“Il Consiglio Direttivo dell’Associazione su indicazione unanime della Giuria, ha insignito del PREMIO HONORIS CAUSA 1989 Gianni Berengo Gardin, maestro di arte ed esplorazione fotografica in Italia e in Europa, anche per il bel volume “LE ISOLE DELLA LAGUNA DI VENEZIA – UN UNIVERSO INESPLORATO, Edizioni L’Altra riva.”

Architetto e fondatore del Fondo per l’Ambiente Italiano – FAI

Renato Bazzoni nasce a Milano nel 1922. Dopo la laurea in architettura al Politecnico di Milano fu per vent’anni assistente presso la cattedra di Composizione architettonica dello stesso istituto. Dagli anni’ 50, nel pieno della ricostruzione e del boom economico, progettò e costruì nel capoluogo lombardo edifici pubblici e industriali, alberghi, case, ospedali, come il Pirellino di via Melchiorre Gioia. La sua passione fu però, fin da subito, l’architettura rurale “creata dalla gente dei campi, delle montagne, delle coste,” come amava definirla. Questa passione lo spinge in giro per l’Italia, in automobile e con la sua macchina fotografica, per documentare le testimonianze di un mondo contadino che sta scomparendo, fattorie fortificate, pievi isolate, trulli disseminati lungo la Penisola, e raccontare le grandi trasformazioni socio-economiche in corso nel nostro Paese.

Nel 1964 si iscrive all’associazione ambientalista Italia Nostra, rivestendo la carica di presidente della sezione di Milano dal 1973 al 1977 e dal 1981 quello di consulente della sede centrale. Nel 1967 è ideatore e curatore di “Italia da salvare”, la prima grande mostra del nostro Paese che denuncia i disastri del dissesto ambientale e la rovina del patrimonio artistico, realizzata con molte sue fotografie. La mostra è un successo internazionale – rimarrà in tour per cinque anni tra Italia, Europa e Stati Uniti – che scuote l’opinione pubblica di tutto il mondo, dopo l’alluvione di Firenze e l’inondazione di Venezia del 1966.

In seguito partecipa alla ricerca per la “Prima relazione sulla situazione ambientale del Paese” (Tecneco, 1973). Il nulla di fatto che ne segue e la presa di coscienza che un’epoca di progresso illimitato è finita, dopo lo choc petrolifero del 1973, spingono nel 1975 Bazzoni, Giulia Maria Crespi, Renato Predieri e Franco Russoli a fondare il FAI – Fondo Ambiente Italiano, fondazione senza scopo di lucro nata per valorizzare e proteggere l’arte e la natura del nostro Paese, sull’esempio del National Trust inglese.

Il FAI sarà un impegno totalizzante per Bazzoni, all’opera nella doppia veste di tecnico del restauro e come inesauribile animatore della crescita dell’associazione, in un’attività che passava dal restauro dei luoghi del FAI – come il Monastero di Torba, i Castelli di Manta, Masino e Avio – all’organizzazione di conferenze e viaggi e alla stesura del Notiziario. Della sua attività di architetto restauratore vanno annoverati anche i progetti di restauro per la chiesa di S. Maria e il complesso di Villa Confalonieri a Carate Brianza, e per i parchi archeologici di Lilibeo (Marsala) e della Roccelletta (Catanzaro), per incarico delle rispettive Soprintendenze.

Numerose le sue pubblicazioni, comprendenti articoli, monografie, libri, lezioni, ricerche, quest’ultime su incarico del Ministero Agricoltura e Foreste («Stato delle coste italiane», «Carta della montagna», «Carta dei vincoli paesistici della Regione Lombardia»). Prestigiosi i riconoscimenti che gli sono stati conferiti, tra i quali la Medaglia d’argento dal Ministero per i Beni Culturali e il Premio per l’architettura e l’urbanistica della Fondazione Fritz Schumacher Stiftung di Amburgo (1969), nel 1968 la Medaglia d’argento del Comune di Milano; nel 1969 il «Biscione d’oro» dall’Ente Provinciale del Turismo di Milano e nel 1970 del «Premio Prora».

Renato Bazzoni muore improvvisamente il 9 dicembre 1996, nel pieno delle sue mille battaglie, lasciando un testamento morale che il FAI ha fatto proprio negli anni da allora trascorsi. Le sue ceneri riposano nel Monastero di Torba.

 

MOTIVAZIONE

II Consiglio Direttivo dell’Associazione, su indicazione unanime della Giuria, ha assegnato il Premio «HONORIS CAUSA» 1990 a Renato Bazzoni, esempio di vita tuttora attivamente impegnata nella difesa e promozione dei valori culturali e ambientali.