Soldato e scrittore

Mario Rigoni Stern nasce ad Asiago nel 1921 da un’antica famiglia dedita da sempre al commercio tra montagna e pianura; il padre, congedato come ufficiale subalterno di fanteria, la madre di formazione e spirito altamente risorgimentale.

La crisi economica degli anni Trenta segna pesantemente la condizione famiglia dello scrittore, che nel 1936 riesce comunque a conseguire la licenza di Scuola secondaria di Avviamento; due anni dopo decide di arruolarsi come volontario, nella Scuola Militare di Alpinismo di Aosta, dove ottiene la qualifica di “specializzato sciatore-rocciatore”.

In qualità di portaordini-sciatore, partecipa alla campagna italo-francese sulle Alpi e a quella italo-greca sulle montagne albanesi. Nell’inverno del 1941-42 diviene istruttore di sci per il Corpo Italiano di Spedizione in Russia e aggregato al battaglione sciatori “Monte Cervino”. Dopo un breve ritorno in Italia, prende parte alle battaglie invernali sul medio Don e, successivamente, alla grande ritirata del Corpo d’Armata Alpino. Nel !943 al suo rientro in Italia, avendo rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale, viene catturato dai tedeschi e deportato nei lager, dove rimane fino al termine del conflitto.

Alla fine del 1945, rientrato a piedi dalla Polonia, trova lavoro con la qualifica di “diurnista di 3^ categoria” nell’amministrazione provinciale delle imposte dirette, addetto alla conservazione del catasto.

Negli anni del dopoguerra Rigoni Stern si avvicina alla letteratura dedicandosi alla lettura dei capolavori francesi e russi, nonché ai poeti italiani ignorati dal fascismo. Nel 1953, sollecitato da Elio Vittorini, propone all’Editore Einaudi la sua prima opera, Il Sergente nella neve, sottoscrivendo il primo contratto per la pubblicazione. Il romanzo autobiografico che racconta la tragica ritirata di Russia, viene accolto subito con grande favore da lettori e critici, e diventerà uno dei romanzi più famosi del dopoguerra.

Da lì in avanti molti dei suoi racconti vengono pubblicati dalle riviste “Il Ponte”, “Paragone”, “Il contemporaneo”: nel 1962, Calvino raccogliendo diversi di questi scritti, promuove la prima edizione de Il bosco degli Urogalli. A partire dall’anno successivo Rigoni Stern iniziò la sua collaborazione con il quotidiano “Il giorno” e altri settimanali. Sul finire degli anni sessanta collabora alla sceneggiatura del film per la televisione trasmesso nel 170, I recuperanti,  girato con Ermanno Olmi e dedicato alle vicende delle genti dell’Altipiano all’indomani della seconda guerra mondiale.

L’esperienza della guerra e la vita, la storia e la natura della sua terra, l’Altipiano di Asiago, sono i temi che attraversano e caratterizzano l’intera opera di Rigoni Stern, che ci ha lasciato veri capolavori della letteratura italiana del ‘900: Storia di Tönle, del 1978, è il resoconto della vita di un montanaro al tempo dell’annessione del Veneto all’Italia; Uomini, boschi e api (1980), una raccolta di racconti e di impressioni naturalistiche frutto di una profonda contemplazione e osservazione del paesaggio; L’anno della vittoria (1985) e Amore di confine (1986), storie e memorie di un mondo che va scomparendo; Arboreto selvatico (1991), il suo giardino, dove ogni albero ha una storia da raccontare tra cultura e meraviglia della natura;  Il poeta segreto e Aspettando l’alba. Nel 1995 viene pubblicato Le stagioni di Giacomo, un lungo racconto che descrive la vita paesana tra pace e guerra a cavallo fra Ottocento e Novecento; e, ancora, Sentieri sotto la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre storie (2000) e L’ultima partita a carte, tutti pubblicati da Einaudi, che allo scrittore asiaghese dedicherà uno dei suoi Meridiani.

Nel 1999 gira con Marco Paolini un film-dialogo diretto da Carlo Mazzacurati, Ritratti: Mario Rigoni Stern, nel quale lo scrittore si racconta: la guerra, il lager e il difficile ritorno a casa, ma anche il suo rapporto con la montagna e la natura.

Oltre a vari premi per i suoi romanzi, nel 1997 ha vinto il premio Feltrinelli e nel 2003 il premio Chiara alla carriera. Nel novembre 2007 riceve la commenda di Accademico di Francia per la cultura e l’arte. Alcuni suoi libri sono stati tradotti nelle principali lingue e sono pure usciti in edizioni scolastiche per le letture nella scuola dell’obbligo.

Altrettanto numerose le onorificenze che gli sono state conferite: Medaglia d’argento al valor militare nel 1942; Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana nel 2003; Distintivo d’onore per i patrioti “Volontari della libertà”.

Mario Rigoni Stern muore nella sua casa di Asiago il 16 giugno 2008.

 

MOTIVAZIONE

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione “Premio Letterario Giuseppe Mazzotti”, nel ventennale del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI” e nella ricorrenza dell’Anno Internazionale delle Montagne, con voto unanime, ha deciso di assegnare il Premio “HONORIS CAUSA” a Mario Rigoni Stern, con la seguente motivazione:

“Annoverato fra i maggiori scrittori italiani contemporanei, Mario Rigoni Stern ha le stimmate del narratore popolare, che, dall’humus della sua terra, ha tratto e trae la linfa per raccontare le vicende dei figli dell’Altopiano, il loro penoso esilio per la guerra e il lavoro, accomunandoli, per biologica “simpatheia”, con gli animali e i boschi racchiusi nell’identico orizzonte.

Della sua originalissima scrittura, il nostro poeta Zanzotto ebbe a notare come essa sia caratterizzata da un “memorialismo costituzionalmente apertissimo, davvero senza limiti o stretti orizzonti, come quella pianura di Russia dove c’era tanto gelo di neve e tanto calore di umanità”.

Dagli intimi spazi della memorialistica e dell’estenuato biografismo, Rigoni Stern si è, infatti, aperto alle vastità di una – come ancora ebbe a dire Zanzotto – “reinventata e riscoperta <terra> della memoria, dove il suo abitatore e interprete ascolta l’eco misteriosa di una lingua che era in noi e che noi abbiamo perduta”.

Nelle lande dell’Altopiano di Asiago – così lo fotografa un’istantanea di Rolando Damiani – “reduce dalle peregrinazioni belliche e dal loro racconto, egli ama ritrarsi solitario passeggero di lunghe camminate, assorto ascoltatore degli uccelli del bosco, il divino urogallo e la coturnice dall’ellenico canto, attento ermeneuta dei  segni delle lepri e delle volpi, delle tracce di un linguaggio che in eterno, nella macchia e nel vento, la natura parla con brusio indistinto, con vago accenno”.

Dalla strepitosa rivelazione del Sergente della neve, percorrendo via via il variegato ventaglio delle sue successive pubblicazioni, fino a L’ultima partita a carte, Mario Rigoni Stern si è conquistato un sempre maggior gradimento nei lettori (un filo segreto di affetto) e una sempre più alta considerazione da parte della critica letteraria.

Sia che egli racconti vicende di guerra, sia che si distenda in attiva contemplazione della sua terra, delle sue montagne, ovunque traspaiono le sue doti di cronista eccezionale e di narratore squisito.

A seconda dell’argomento trattato, la sua scrittura viene riconosciuta di volta in volta come “canto epico”, “saga alpina”, “canto di vita nella morte”.

Viene anche favorevolmente considerata la sua natura di scrittore non intellettuale, le cui radici “appartengono alla tradizione dell’Italia non dotta, al narrare contadino che ha per uditorio l’aria, la stalla, l’osteria”.

Vigoroso uomo di pace, da tutta la sua scrittura emerge la constatazione che “la guerra è sempre una tragedia perpetrata ai danni di uomini semplici, e di una cultura che da sempre è stata travolta e sopraffatta dalla “storia”.

Per tutto questo, e per il modello di coerenza del suo costume di vita con gli assunti del suo essere scrittore, il Consiglio Direttivo gli conferisce questo Premio “Honoris Causa”.

Per quanto insolito, nel 2004 l’Associazione ha voluto assegnare il Premio “Honoris Causa”, nel contesto della XXII edizione del Premio Gambrinus “Giuseppe Mazzotti” ad un gruppo riunito in comitato, e non invece ad un singolo personaggio, ad un’istituzione o ente.

L’intera comunità – duemila anime – di Fanzolo, un piccolo paese, frazione del comune di Vedelago, si è trovato concorde nel vigilare ed operare in modo da impedire che alcuni progetti commerciali compromettessero la storica bellezza e la funzionalità di Villa Emo, bene artistico-ambientale di straordinario valore (Patrimonio dell’umanità UNESCO) e dei circostanti territori, connotati da vocazione agricolo-paesaggistica.

Il tutto ha avuto origine dalla notizia secondo cui la Curia del Patriarcato di Venezia, che da tempo aveva acquistato una considerevole porzione di terreni antistanti alla Villa, fosse in trattativa di vendita; tra gli acquirenti, però, sembravano esserci le intenzioni di mutare la destinazione d’uso, con la trasformazione in cave di ghiaia diparte dei terreni, in mancanza di un preciso vincolo di natura ambientale.

Difronte al pericolo di un’inaccettabile compromissione della bellezza e della funzionalità del complesso di Villa Emo, e di una minaccia all’integrità dell’ambiente abitativo, nel quale molte persone e famiglie di Fanzolo riconoscono la propria storia, i cittadini di Fanzolo si riunirono in comitato i “Cittadini di Fanzolo per Fanzolo”, affiancati dal Sindaco e dal Parroco.

Nel paese si fece sempre più forte l’ipotesi di acquisto da parte della stessa comunità di Fanzolo, che portò ad un intenso scambio di corrispondenza con la Curia di Venezia per prospettare la nuova soluzione.

 

MOTIVAZIONE

Più volte, nel corso delle ventidue edizioni del Premio, l’Associazione che l’organizza ha voluto onorare con il Premio “Honoris Causa”, persone o enti particolarmente benemeriti nei vari campi.

Quest’anno la scelta si differenzia alquanto dalla consueta prassi elettiva. Più che un singolo personaggio o una ben definita istituzione ciò che si è inteso premiare è propriamente un’idea: un’idea buona, esemplarmente condotta verso un traguardo di rara civiltà, in tempi di fin troppo facili manomissioni di preziose realtà naturali o artistiche. Il merito discende ovviamente dall’idea ai protagonisti che l’hanno concepita e realizzata.

“Il Premio “Honoris Causa” viene assegnato quest’anno al Comitato “Cittadini di Fanzolo per Fanzolo”, in comune di Vedelago (Treviso) che, responsabilmente, si sono fatti protagonisti in un’azione di salvaguardia del loro “paesaggio”, secolarmente consolidatosi nel felice connubio di Villa Emo Capodilista, opera dell’insigne Architetto Andrea Palladio, e dei terreni circostanti da sempre conservati a vocazione agricola.

Allo scopo di evitare che improvvise azioni di compravendita potessero portare a disdicevoli cambi di destinazione di una così notevole parte del terreno del paese, i “Cittadini di Fanzolo per Fanzolo” – duemila anime dell’omonima frazione – han fatto gruppo per promuovere un’iniziativa intesa ad ottenere che l’intera area venisse convenientemente vincolata dalla competente Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, dichiarando intanto la disponibilità ad un acquisto collettivo.”

Giornalista e divulgatore scientifico

 

Piero Angela nasce nel 1928 a Torino, dove frequenta il Liceo Classico e contemporaneamente si dedica allo studio del pianoforte. Appassionato di jazz entra a far parte di diverse formazioni, dove suona con successo al fianco di nomi di spicco. Abbandonerà l’attività musicale professionistica quando nel 1952 entra in RAI, inizialmente come cronista e collaboratore del Giornale Radio. Dal 1954, con l’avvento della televisione, Piero Angela entra a far parte della redazione del Telegiornale, come corrispondente, dal 1955 al 1958, prima da Parigi e poi da Bruxelles. Presenta insieme ad Andrea Barbato la prima edizione del Telegiornale delle 13.30 e nel 1976 sarà il primo conduttore del Tg2.

Alla fine del 1968 inizia a dedicarsi ai documentari con una serie dal titolo Il futuro nello spazio, dedicati al Progetto Apollo seguendo con collegamenti e approfondimenti le fasi che avrebbero portato i primi astronauti sulla Luna; è in questo momento che introduce la stessa sigla musicale – l’Aria sulla Quarta corda di J. S. Bach – che avrebbe accompagnato e contraddistinto tutte le sue serie successive. Dall’inizio degli anni ’70 Angela si dedicherà alla realizzazione di programmi di divulgazione: Destinazione Uomo (dieci puntate), Da zero a tre anni (tre puntate), Dove va il mondo? (cinque puntate), Nel buio degli anni luce (otto puntate), Indagine sulla parapsicologia (cinque puntate), Nel cosmo alla ricerca della vita (cinque puntate).

A partire dal 1981 inizia la serie Quark, programma dalla formula innovativa che si proponeva di avvicinare il pubblico più vasto possibile al mondo della scienza e della ricerca avvalendosi delle produzioni più innovative, quali i documentari della BBC e di David Attemborough, e di nuove modalità, quali le spiegazioni da studio o i cartoni animati di Bruno Bozzetto al fine di rendere più accessibili e facilmente comprensibili anche i concetti e le tematiche più difficili. Sul format di Quark avrebbero avuto origine altre produzioni: Quark speciale, Il mondo di Quark, Quark Economia, Quark Europa, Quark italiani (1988) – circa cinquanta documentari prodotti da autori italiani su natura, ambiente, esplorazione, animali, realizzandone alcuni in collaborazione anche con il figlio Alberto-; il progetto Pillole di Quark, duecento piccoli spot di trenta secondi, passati oltre cinquemila volte nei programmi di RaiUno; Superquark (1995) ultimo nella serie dei programmi di scienza, natura e tecnologia, di cui Angela è autore e conduttore, primo programma di divulgazione scientifica ad occupare l’intera prima fascia dei programmi serali.

Tra il 1986 e il 1987 è autore e protagonista di importanti eventi televisivi e produzioni: due prime serate su Rai 1 dal Palazzetto dello Sport di Torino, davanti a ottomila spettatori, su clima, atmosfera e oceani; tre serie televisive, costruite con l’impiego delle nuove tecnologie di rappresentazione grafica tramite computer: un viaggio nel corpo umano (La macchina meravigliosa, in otto puntate), nella preistoria (Il pianeta dei dinosauri, in quattro puntate) e nello spazio (Viaggio nel cosmo, in sette puntate). Quest’ultime, realizzate con la collaborazione del figlio Alberto, furono tradotte in inglese e vendute in oltre quaranta Paesi europei, americani e asiatici, paesi arabi e Cina inclusi. Dal 2000 Piero e Alberto Angela sono autori di Ulisse, programma a puntate monografiche riguardanti scoperte storiche e scientifiche.

Piero Angela ha svolto attività di divulgazione non solo in televisione, ma anche su giornali e settimanali, con articoli e inserti. Ha scritto una trentina di libri, alcuni dei quali tradotti in inglese, tedesco e spagnolo, con una tiratura di oltre due milioni e mezzo di copie. Tra questi: Ti amerò per sempre. La scienza dell’amore (2005), Da zero a tre anni (2005), La straordinaria storia della vita sulla terra (2003), Mediterraneo. Viaggio alla scoperta di un pianeta sommerso (1995), La straordinaria storia dell’uomo. Indizio per indizio un’investigazione sulle nostre origini (1993), Viaggio nella scienza (1991), La macchina meravigliosa (1990), Nel cosmo alla ricerca della vita (1980), La vasca di Archimede (1976).

Per la sua preziosa attività di divulgazione scientifica, ha ottenuto diversi premi in Italia e all’estero; a Parigi gli è stato conferito il prestigioso Premio internazionale Kalinga dell’Unesco. Ha inoltre ricevuto quattro lauree Honoris Causa.

Dal 1983 (anno di fondazione) al 1994 è stato autorevole membro della Giuria del Premio Gambrinus “Giuseppe Mazzotti” e in tale veste ha partecipato ad alcuni Convegni, promossi dal Premio, su temi naturalistico-ambientali.

 

MOTIVAZIONE

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione “PREMIO LETTERARIO GIUSEPPE MAZZOTTI” con il favore unanime della Giuria del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI” ha assegnato il Premio “Honoris Causa” 2006 a Piero Angela, con la seguente motivazione:

“Giornalista e scrittore, in mezzo secolo di attività, è divenuto il più grande divulgatore scientifico, non solo in Italia, ma anche in altri paesi di lingua tedesca, inglese e spagnola.

La sua attività di studio e ricerca si realizza nella produzione di oltre trenta libri e  in una serie di programmi televisivi, tra i quali la rubrica scientifica QUARK da lui inventata, e che, oltre a rappresentare la prima trasmissione televisiva di divulgazione scientifica rivolta al grande pubblico, ha dato vita a una serie di trasmissioni, sempre sotto la stessa sigla, con orizzonti estesi a tutti gli interessi dell’umanità: dalla natura, alla scienza, all’economia e a tutti gli aspetti del vivere sociale. In questo ampio quadro, che va dallo spazio più vasto agli angoli più profondi e remoti del nostro pianeta nella sua storia, nella sua attualità, nella sua vita, Piero Angela svolge la sua missione di comunicatore e di “educatore – formatore” accomunando il rigore scientifico alla capacità della divulgazione, senza facili accondiscendenze alle tentazioni di dubbia attendibilità.

Spinto dalla curiosità istintiva di conoscere per sapere, e di capire per comunicare, è entrato ovunque ci fosse l’opportunità di vedere e la necessità di comprendere, per farne parte alla comunità civile; ed è giunto a tutti noi per recare questi messaggi e per aiutarci ad essere partecipi del mondo in cui siamo chiamati a dare e a ricevere.

La sua partecipazione per oltre dieci anni alla Giuria del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI” e alle manifestazioni collaterali promosse dall’Associazione che lo gestisce, ha costituito una serie di felici occasioni per la condivisione di ideali e di temi che accomunano il pensiero di Giuseppe Mazzotti e l’opera di formazione rivolta con particolare attenzione al mondo giovanile. Tralasciando di elencare – in quanto sono ben noti i titoli e le materie delle sue molte realizzazioni, nonché i riconoscimenti ottenuti in Italia e all’estero – ci sembra significativo ricordare il Premio Internazionale Kalinga, conferitogli dall’Unesco per la divulgazione scientifica.

Ma un’ulteriore merito del tutto particolare, di cui Piero Angela è portatore e depositario – e che è sempre meno frequente ritrovare, e vuole essere sottolineato da questo “Honoris Causa” – è la sempre presente cortesia del tratto, segnato da un attento rispetto per l’interlocutore: doti di alta valenza didattica, che, nel delicato ruolo che egli svolge, definiscono un modo di pensare e di porsi che acuisce il desiderio dell’incontro e la gratitudine per il suo essere sempre disponibile a realizzarlo e di consentirne il ripetersi.”

Poeta

 

Della sua poesia Montale scrisse: “una poesia inventariale che suggestiona potentemente e agisce come una droga sull’intelletto giudicante del lettore”.

 

Andrea Zanzotto nasce a Pieve di Soligo (TV) il 10 ottobre 1921. Dopo l’infanzia e l’adolescenza trascorse sotto il regime fascista – cui il padre, pittore e decoratore, si oppose da subito – partecipa alla Resistenza veneta dalla fine del 1943 al 1945. Durante la guerra, comincia un’attività precaria di insegnamento, laureandosi in lettere nel 1942 a Padova. Emigra in Svizzera tra il 1946 e il 1947; rientrato in Italia, riprende la sua attività d’insegnante in diverse scuole del Veneto.
Di questi anni è l’elaborazione della prima raccolta di poesie, “Dietro il paesaggio”, per la quale riceverà nel 1951 il prestigioso Premio Letterario San Babila, e che nello stesso anno sarà pubblicata da Mondadori. A partire da questo periodo il poeta cade in una forte crisi psicologica, con la quale lotterà nel corso di molti anni.

Nel 1954, su sollecitazione di Vittorio Sereni, pubblica “Elegia e altri versi”. Pur essendo in contatto fin dai tempi della frequentazione dell’Università con diversi intellettuali, tra cui Diego Valeri, Silvio Guarnieri, Gianfranco Folena, Fernando Bandini, Pier Vincenzo Mengaldo, Andrea Zanzotto non si trasferirà mai a Padova preferendo la vita tra le sue colline di Pieve di Soligo e rinunciando alla carriera universitaria. Collabora, invece, con alcune prestigiose riviste letterarie, tra cui Comunità, La Fiera Letteraria, Paragone, Il Verri, mentre continua la sua intensa attività poetica: nel 1957 esce presso Mondadori “Vocativo”; del 1962 è il volume “IX Ecloghe”; nel 1968 “La Beltà”, presentato a Roma da Pier Paolo Pasolini e a Milano da Franco Fortini; nel 1973 la raccolta di poesie “Pasque”, e l’antologia “Poesie” (1938-1972), curata da Stefano Agosti. Nel 1959 il poeta sposa Marisa Michieli, conosciuta qualche anno prima, da cui avrà ha due figli, Giovanni e Fabio.

Nel 1974 la rivista “Studi novecenteschi” dedica a Zanzotto un numero monografico. La crescente fama dei suoi libri di poesia e delle sue traduzioni (da Georges Bataille a Michel Leiris, da Pierre Francastel a Honorè de Balzac) si accompagna all’amicizia di poeti e critici italiani (i citati Fortini e Pasolini, ma anche Vittorio Sereni, Giovanni Giudici, Giorgio Orelli) e alla conoscenza diretta di intellettuali di respiro internazionale (tra cui Ernst Bloch, Julien Green, Wolfgang Hildesheimer). Nel 1976 viene pubblicato “Filò”, cui seguiranno “Il galateo in Bosco” (1978), “Fosfeni” (1983) e “Idioma” (1986): di queste raccolte, dal 1994 al 1997, compose anche un adattamento per musica con il compositore Mirco De Stefani.

Collabora anche con Federico Fellini in “Casanova” (1976), “La città delle donne” (1980) e “E la nave va” (1983).

Nel 1999 (in prima edizione, cui seguirà la seconda nel 2003) con introduzione di  Stefano Agosti, che ne cura il saggio introduttivo, la casa editrice Mondadori dedica  uno dei Meridiani all’opera complessiva delle Poesie di Andrea Zanzotto.

Nel 2003 il compositore Claudio Ambrosini compone il “Trittico da concerto dai Filò di Zanzotto”, per quartetto vocale femminile e pianoforte, eseguito in prima assoluta all’Università di Venezia nella primavera del 2004. Nel 2007 la casa editrice Nottetempo di Roma pubblica una lunga intervista al poeta dal titolo “Eterna riabilitazione da un trauma di cui non si conosce la natura”.  Del 2008, l’editore Manni di Lecce, ripubblica “Sull’altopiano – Racconti e prose (1942 – 1954)” con un’appendice di inediti giovanili.

Andrea Zanzotto muore il 18 gennaio 2011 una settimana dopo aver compiuto novant’anni.

Numerosi i premi ricevuti, tra i quali il Premio Viareggio (1979), il Premio Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei (1987) e nel 1993 il premio europeo Città di Münster, e le onorificenze, Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana (1996) e Medaglia d’oro ai Benemeriti della cultura e dell’arte (2001).

 

MOTIVAZIONE

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione “Premio Letterario Giuseppe Mazzotti” a conclusione dell’anno centenario della nascita di Giuseppe Mazzotti, con il parere unanime della Giuria del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI”, ha deciso di assegnare il Premio “HONORIS CAUSA” ad ANDREA ZANZOTTO, con la seguente motivazione:

“I molti riconoscimenti ricevuti e i costanti apprezzamenti della critica e dei lettori hanno ormai collocato l’opera poetica di Andrea Zanzotto in una posizione assai eminente nell’ambito della letteratura italiana. La nostra Associazione ha tuttavia rilevato che questa particolare qualità artistica si è sempre associata ad una grande sensibilità per il paesaggio, l’ambiente e più in generale il contesto naturale e antropico che ci circonda. Erano queste le attenzioni e le preoccupazioni su cui fin dall’inizio si sono sviluppate l’amicizia e l’intesa tra il poeta, Giuseppe e Nerina Mazzotti. Dalle prime composizioni del 1951 contenute nella raccolta Dietro il paesaggio, quando la modernità non aveva ancora avviato la sua azione eversiva nei confronti del territorio, fino alla più recente produzione in versi e in prosa, appare costante la tensione di Andrea Zanzotto nei riguardi del contesto che raccoglie le nostre memorie, che consente le nostre relazioni, che conforta le nostre esistenze. Questo sentimento è diventato sempre più doloroso negli anni al crescere delle trasformazioni e delle distruzioni, avvertite come una lacerazione personale, come una offesa insopportabile. Andrea Zanzotto ha allora iniziato una continua, determinata, strenua battaglia per difendere dalla minaccia ogni lacerto di natura, ogni profilo di collina, ogni veduta panoramica, sicuro che quella era anche una scelta in favore degli uomini e delle donne dell’oggi e del domani. È questa testimonianza umana che la nostra Associazione, composta in larga parte da conterranei e contemporanei di Andrea Zanzotto, intende evidenziare con la solennità di un premio d’onore dato alla coerenza e all’onestà della produzione letteraria e della presenza civile. Non senza un commosso ringraziamento al Poeta che con le sue parole ha sempre denunciato il pericolo dell’imbarbarimento e insieme nutrito la speranza nella consapevolezza e nella responsabilità.”

 

Climatologo

 

“Quando andrò in pensione, sarò orgoglioso di aver partecipato alle attività delle organizzazioni scientifiche internazionali, nonostante tutte le difficoltà incontrate. Anche se sono povero materialmente, mi considero un uomo ricco dal punto di vista intellettuale perché, come risultato di tutto questo lavoro, sono diventato un’autorità nel campo dell’ambiente, del clima e di tutto ciò che la società deve fare per mantenerli datori di vita”.

“Sii più sobrio, sii più solidale. O almeno provaci. E Madre Natura te ne sarà grata”.

 

Richard Samson Odingo, nasce in Kenya dove completa la sua formazione scolastica fino agli studi secondari. Nel 1960 si è iscrive all’Università di Londra dove si è laurea a pieni voti, ottenendo una borsa di studio presso l’Università di Liverpool per un dottorato, che ha conseguirà tre anni dopo “maxima cum laude”.

Tornato in Kenya, dopo essersi sposato con Alice Odingo, inizia il suo percorso di docente presso l’Università di Nairobi, quale Ordinario di Climatologia; Odingo è decano degli studi di climatologia africani.

L’attività di ricerca sul clima del continente africano portano Odingo e i suoi assistenti a denunciare le pesanti conseguenze di scriteriate scelte politiche, volte ad attirare il maggior numero di multinazionali con la concessione di agevolazioni per produzioni industriali, senza considerarne i danni per l’ambiente e il clima della nazione. I suoi studi e i suoi appelli per la salvaguardia dell’atmosfera e della purezza del clima del continente, dunque, gli attireranno ben presto le reazioni e il malcontento sia delle forze politiche locali che delle nazioni straniere, che hanno visto in Odingo un ostacolo al perseguimento indisturbato dei loro interessi e delle loro imprese economiche.

Grazie anche all’apporto delle ricerche, il 1972 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite “Anno dell’Ambiente”; è stato istituito lo United Nations Environmental Program (Programma delle Nazioni Unite sull’Ambiente) con sede a Nairobi; il World Meteorological Organization, WMO (L’organizzazione Mondiale Meteorologica) ha ricevuto un decisivo impulso ad approfondire i monitoraggi e gli studi sul surriscaldamento dell’atmosfera e le sue conseguenze sulla vita, sull’agricoltura, sulle malattie.

Il progetto che ha portato Odingo alla ribalta nella lotta per la salvaguardia dell’atmosfera è stato lo studio sulla siccità nel continente africano, specialmente nel sud del Sahara, ormai quasi regolare e non più saltuaria come nel passato. I tre volumi pubblicati alla fine dello studio, dal titolo “Nature Pleads not Guilty” (La Natura non è colpevole, 1992), fanno notare come “anche se la natura stessa può avere una certa colpa nei cambiamenti climatici, tuttavia la colpa maggiore si deve alle azioni dell’uomo che interferisce con le leggi della natura, inducendo molto più numerosi, e molto più frequenti cambiamenti ambientali”. Da quel momento, le problematiche legate ad ambiente, clima e conseguenze sulla vita terrestre, sono divenute mondiali.

Per la forte determinazione nella difesa del clima del continente africano nel 2002 Richard Samson Odingo è stato eletto vicepresidente dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), foro scientifico delle Nazioni Unite per l’analisi e lo studio del cambiamento climatico.

Numerosi sono stati anche altri contributi nazionali e internazionali che il climatologo ha offerto: nella Commissione per le attività riguardanti i cambiamenti climatici nazionali (NCCACC) Kenya Interministerial Committee, in veste di co-presidente; nella Commissione Internazionale per Consigli riguardanti lo Sviluppo Sostenibile; presso i Battle North West Pacific Laboratories   (Dipartimento per l’Energia, US, Washington DC e Washington Seattle, USA); nella Commissione editoriale della Rivista Internazionale delle Strategie e della Gestione dei Cambiamenti Climatici.

Nel dicembre 2007, ex aequo con Al Gore, riceve il Premio Nobel per l’eccellenza delle sue ricerche scientifiche e l’infaticabile lavoro sul tema dei mutamenti climatici e in particolare per le ricerche e i suggerimenti di provvedimenti per la correzione delle azioni inquinanti delle nazioni africane e degli altri continenti.

 

MOTIVAZIONE

 “Per il suo contributo alla comprensione dei cambiamenti climatici e per il suo appello al senso dell’urgenza in grado di vincere la febbre del pianeta e mettere in moto i grandi cambiamenti che il genere umano e la società moderna sono capaci di generare nei momenti di crisi in modo da ripartire verso uno sviluppo sostenibile, sano e duraturo con una Green Economy, il Consiglio Direttivo dell’Associazione “Premio Letterario Giuseppe Mazzotti” conferisce il Premio “Honoris Causa” a Richard Samson Odingo,  fino al 2008 Vice Presidente dell’IPCC, decano degli studiosi africani di climatologia, docente all’Università di Nairobi (Kenya) che, dalla terra che fu culla dell’umanità e tappa d’avvio della lunga marcia dell’Homo sapiens sapiens, ha studiato le cause della siccità in Africa non più saltuaria come nel passato ma ormai regolare; ha lanciato più volte il suo grido d’allarme in difesa dell’ambiente del Kenya, del continente africano e del pianeta, con determinazione ma non con atteggiamento bellicoso, con prove scientifiche ma non con posizioni demagogiche, con dialogo ma non con condanna, con forza di convinzioni ma non cocciutaggine cieca.”

Fondatrice e presidente onoraria del Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI)

 

“Fin da bambina amavo passeggiare alla Zelata, una frazione di Bereguardo, dove la mia famiglia aveva una tenuta di 350 ettari coltivata a riso, le Cascine Orsine. Amavo ascoltare a primavera il canto delle rane, passeggiando tra i boschi. Ed ogni anno rimanevo sgomenta: una certa sera, alla fine di maggio, il gracidare delle rane si interrompeva perché i fattori buttavano il diserbante per il riso che uccideva anche queste creature”.

Giulia Maria Mozzoni Crespi, nasce a Merate, in provincia di Lecco il 6 giugno 1923. Erede di una grande e antica famiglia di imprenditori lombarda, sin da giovane dimostra sensibilità e interesse nei confronti delle situazioni di difficoltà: fino al 1960 si occupa dell’Associazione Ape Laboriosa per i bambini delle periferie di Milano; dopo la seconda guerra mondiale opera con la Fondazione Crespi Morbio a Sesto San Giovanni per le famiglie numerose; contemporaneamente e sino al 1970, collabora con l’Opera San Francesco per i poveri dei frati cappuccini di Viale Piave a Milano.

Dal 1960 al 1974 lavora nel Consiglio di Amministrazione del Corriere della Sera, prima come responsabile della linea bilanci e successivamente della gestione editoriale.

Tra 1965 e il 1975 collabora con Italia Nostra come Consigliere della Sezione di Milano, fondando il Settore Giovani Educazione Ambiente, nel cui ambito organizza corsi di aggiornamento per docenti e studenti. Con Italia Nostra, è tra i promotori del progetto italiano di riforestazione urbana Boscoincittà, avviato nel 1974 su un’area abbandonata e che oggi si estende su una superficie totale di 110 ettari nella periferia ovest di Milano. Successivamente passa al Consiglio Nazionale di Italia Nostra e, contemporaneamente, nel Consiglio di Europa Nostra, federazione pan-europea nata per diffondere e conservare il patrimonio culturale del vecchio continente.

Nel 1974, assieme a Renato Bazzoni e Franco Russoli fonda il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano – nato da un’idea di Elena Croce ed ispiratasi al National Trust inglese, attivo dal 1895. È un’esperienza che, nata dall’entusiasmo di pochi con l’intento di contribuire alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio artistico e ambientale italiano, diviene negli anni una missione appassionante che riporta in vita tante meraviglie nazionali, offrendole all’ammirazione del pubblico. Diffusosi su tutto il territorio nazionale, il FAI promuove innumerevoli interventi di tutela, acquisizioni, collaborazioni con importanti istituzioni internazionali, ma soprattutto mira a far nascere una diversa coscienza nei confronti dell’arte e della natura in un Paese che troppo spesso trascura il proprio patrimonio. Oggi è Presidente Onoraria della Fondazione.

Dal 1974 Giulia Maria Crespi conduce con il figlio l’Azienda Agricola Cascine Orsine, situata nel Parco Naturale del Ticino, a Bereguardo, in provincia di Pavia: qui, introduce l’innovativo metodo dell’agricoltura biodinamica, senza uso di pesticidi, diserbanti e concimi chimici di sintesi. Nel 1978 entra nel Consiglio dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica fondata nel 1947 per promuovere questa pratica agricola rispettosa dell’ambiente contribuire al disinquinamento della terra, favorire il consumo di cibo sano, preservare la preziosa risorsa dell’acqua.

Impegnata da sempre, assieme alle altre Associazioni protezionistiche, per la tutela e la difesa del patrimonio artistico, storico e paesaggistico italiano, rivolge un’attenzione particolare per l’agricoltura in Italia, cercando di promuovere consapevolezza sull’importanza di questo settore poco considerato dai media italiani e da gran parte della popolazione: considera l’agricoltura come una necessità primaria e garante della sicurezza alimentare e allo stesso tempo della salvaguardia di beni pubblici quali ambiente, paesaggio, presidio del territorio, tutela delle risorse naturali (acqua, terra), contesti naturali indispensabili per un turismo culturale di qualità con conseguente ricaduta positiva sull’occupazione.

Ha ricevuto numerosi riconoscimenti in tutta Italia, tra cui l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine “al merito della Repubblica Italiana” per il notevole impegno civile, sociale e culturale a favore della collettività, e la Laurea honoris causa in Storia dell’Arte dall’Università di Bologna.

 

MOTIVAZIONE

“Per aver dedicato buona parte della propria vita alla tutela del patrimonio storico-artistico e dell’ambiente, nonché all’agricoltura biodinamica già a partire dagli anni Settanta, in un periodo in cui ancora non ci si interrogava – né tanto meno preoccupava – di questi temi.

Era infatti il 1975 quando la signora Mozzoni Crespi pensò di istituire il Fondo Ambiente Italiano (FAI), sul modello del National Trust inglese, un’organizzazione privata con milioni di iscritti che protegge e restaura dimore e monumenti. Oggi il FAI è arrivato a 80 mila soci e ad una quarantina di beni restaurati, in parte regolarmente aperti al pubblico, risultato di un percorso condotto con intuito, passione e grande determinazione e della capacità di coinvolgere gli italiani, trasferendo la consapevolezza che il patrimonio del nostro Paese appartiene a tutti.

Intuitiva e coraggiosa la signora Mozzoni Crespi lo è stata anche quando, nel 1974, ha deciso di adottare l’agricoltura biodinamica nella propria azienda, Le Cascine Orsine, dedita alla produzione di riso. Oggi la tenuta è diventata simbolo e scuola in Italia di questo metodo di coltivazione profondamente rispettoso della terra e dei suoi equilibri.”

SPIRO DALLA PORTA XYDIAS

Alpinista, regista, scrittore e presidente del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna

“Oggi i monti li salgo con la penna, scrivendo. No, non ho mai abbandonato la montagna”

Spiro Dalla Porta Xydias, nato a Losanna nel 1917, si trasferisce giovanissimo a Trieste, dove si laurea in Scienze Politiche: dopo aver insegnato lingua francese alle scuole medie, è stato docente di Culture teatrali all’Università di Trieste e all’Università di Pola.

Da sportivo tecnicamente preparato – campione del Triveneto di singolare e di doppio nel tennis e giocatore di basket in serie A –, il passaggio all’arrampicata è abbastanza naturale. È stato l’ultimo storico rappresentante dei Bruti della Val Rosandra, dove inizia ad arrampicare poco più che ventenne, per fuggire agli orrori del secondo conflitto mondiale ed emulare la mitica figura di Emilio Comici, risposta italiana alle importanti realizzazioni degli alpinisti tedeschi nell’epoca del “sesto grado” (il massimo grado di difficoltà alpinistica ritenuta umanamente superabile).

Le imprese che Dalla Porta Xydias ricorda con maggiore affetto sono quelle al Campanile di Val Montanaia, per lui il simbolo della montagna. Su queste rocce realizza due storiche scalate: nel 1944, la prima invernale degli strapiombi nord del Campanile, e nel 1955, l’ultima parete ancora inviolata, la parete est che Comici aveva tentato di scalare invano. Effettua 107 prime salite e vie nuove e ripete molte classiche di VI grado. Nel 1956 fonda la Stazione di Soccorso Alpino di Trieste, Udine, Pordenone, Maniago, che dirige per oltre dieci anni e per la quale ottiene il Premio Sant’Ambrogio e il Premio Belli di Solidarietà alpina, per il primo salvataggio fatto in Italia con un elicottero. Accademico del Club Alpino Italiano a partire dal 1958, dirige anche la Scuola Nazionale di Alpinismo Ellenica e la scuola di alpinismo del CAI Bologna. Raggiungere la vetta non è mai stato per lui un gesto meramente tecnico o sportivo, ma sempre una questione spirituale, la concretizzazione della ricerca di elevazione insita in ogni uomo.

Accanto alla passione per l’alpinismo, Dalla Porta Xydias coltiva per tutta la vita l’amore per il teatro in qualità di regista. Nell’immediato dopoguerra è tra i fondatori del Teatro Stabile di Trieste, dove cura per anni l’attività di Teatro per i ragazzi e dirige la Scuola di Recitazione. Molti gli spettacoli da lui allestiti in Italia, dirigendo grandi attori come Paola Borboni, Edgardo Siroli, Gian Maria Volonté. Collabora con il Dramma Italiano di Fiume, unico Stabile italiano esistente fuori dei confini della Repubblica Italiana di lingua italiana con l’allestimento di quindici spettacoli. Sempre a Trieste fonda nel 1975 Teatro Incontro, associazione teatrale amatoriale. Ha pubblicato cinquanta opere, di cui 43 dedicate alla montagna e all’alpinismo (narrativa biografica, monografie, romanzi, libri storici). Ha vinto vari premi nazionali, come il Premio Cortina, Premio Virgilio, Bancarella Sport, Sport e Cultura, L’Adige, Marcolin, Una vetta per la vita, Insegna di San Bernardo e, recentemente, Montagna Italia, Alpinia alla carriera e Premio Montagne Olimpiche assegnato al Festival di Sestriere nell’agosto 2011, insieme alla medaglia offerta dalla Camera dei deputati.

Ha collaborato intensamente con diversi quotidiani (Il Piccolo, Il Messaggero Veneto, Il Gazzettino) e con le più importanti riviste specializzate italiane ed estere. Attualmente è direttore editoriale del bimestrale Alpinismo Triestino. Per vent’anni ha ricoperto la carica presidente nazionale del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna (fondato nel 1929). Inoltre, è stato consigliere centrale del CAI, Presidente dell’Associazione XXX Ottobre, della Sezione del CAI Trieste e del Club Alpino Accademico Italiano Gruppo Orientale. Nel 2002 fu nominato Socio Onorario del CAI e nel 2004 cittadino onorario di Cimolais. Insignito dell’Ordine del Cardo, è membro emerito per il Soccorso Alpino. Nel 2006 gli fu inoltre conferito il sigillo trecentesco della città di Trieste.

Spiro Dalla Porta Xydias è morto, sulla soglia dei cento anni, il 18 gennaio 2017.

 

ARMANDO ASTE

Alpinista, Accademico e Socio onorario del Club Alpino Italiano

Armando Aste nasce ad Isera (TN) nel 1926. Inizia ad arrampicare sulle pendici del Monte Biaena a 22 anni, dopo il lavoro come operaio della Manifattura Tabacchi a Rovereto. La travolgente passione per la roccia comincia da autodidatta: la sua prima salita, nel 1947, è sul Baffelan, per la Via del Pilastro, nelle Piccole Dolomiti vicentine. Iscritto alla SAT di Rovereto sin dagli anni Quaranta, si rivela ben presto uno dei maggiori esponenti dell’alpinismo europeo del dopoguerra e protagonista assoluto dell’epoca delle direttissime, delle solitarie (di cui fu da subito grande appassionato) e delle invernali. Le innumerevoli ascensioni compiute sulle Dolomiti, che hanno rappresentato l’evoluzione dall’arrampicata classica a quella moderna, lo fanno entrare nella leggenda e nella storia dell’alpinismo. È lui il primo a portare il grande alpinismo invernale sul Civetta e sulle Dolomiti con la prima invernale della Via Carlesso – Sandri alla Torre Trieste, compiuta con Angelo Miorandi.

Realizza l’apertura di nuove vie di estrema difficoltà e di grande eleganza, privilegiando l’arrampicata libera: Via Concordia alla Cima d’Ambièz nel 1955 con Angelo Miorandi, Josve Aiazzi e Andrea Oggioni; Gran Diedro del Crozzon di Brenta con Milo Navasa; Spigolo Nordest dello Spiz d’Agner Nord; Via dell’Ideale alla Marmolada d’Ombretta nel 1964 con Franco Solina, “la più grande e bella salita di pura roccia delle Alpi”, dopo aver superato per la prima volta le lisce placche che caratterizzano la parete; Via della Canna d’organo alla parete Sud della Marmolada di Rocca nel 1965 con Solina.

Due momenti salienti vanno ricordati nella sua lunga carriera: la partecipazione alla spedizione monzese alle Torres del Paine, in Patagonia, e la mitica prima salita italiana della parete nord dell’Eiger, realizzata nell’agosto 1962 con Franco Solina, Romano Perego, Andrea Mellano, Gildo Airoldi e Pierlorenzo Acquistapace. Accademico e Socio onorario del Club Alpino Italiano e della Giovane Montagna, socio del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, Aste è insignito anche delle prestigiose onorificenze di Cavaliere e Ufficiale della Repubblica e di Azzurro d’Italia sotto la presidenza di Fiorenzo Magni.

Fautore di un alpinismo ascetico, vissuto come cammino volto a migliorare sé stesso, l’alpinista trentino ha sempre apertamente professato la sua forte fede cristiana. Sono famosi i ripetuti bivacchi delle sue ascensioni, vissuti come momenti di comunione con la montagna e prolungamento del piacere della salita. Alle doti fisiche sorrette dalla tenacia e dalla volontà, Aste si è da sempre distinto per modestia, altruismo e disponibilità, valori praticati in modo esemplare, con grande umanità, nella convinta adesione al messaggio cristiano.

La sua vicenda umana e alpinistica è raccontata nei volumi, Cuore di roccia (Manfrini Stampatori, 1988), I Pilastri del cielo (Nordpress, 2000), Alpinismo epistolare – Testimonianze (Nuovi Sentieri Editore, 2011) e Commiato – Riflessioni conclusive di un alpinista dilettante in congedo (Nuovi Sentieri, 2013), insieme all’ultimo lavoro, Pensieri di un alpinista.

 

MOTIVAZIONE

“Nel nome dell’amore per la montagna di Bepi Mazzotti, il Premio che porta il suo nome onora due giganti dell’alpinismo italiano: il trentino Armando Aste, classe 1926, e il triestino Spiro Dalla Porta Xydias, novantasettenne. Due personalità forti e distinte, ma accomunate da una visione della scalata come ascese. Aste che mai dimenticò che sopra i monti c’è il cielo, la vetta più importante da raggiungere. Dalla Porta Xydias convinto che l’arrampicata offre la possibilità di elevarsi dalle miserie del quotidiano.

In questo spirito hanno tracciato nuove vie, raggiunto cime dolomitiche e andine, avendo nella mente e nell’animo gli insegnamenti del mitico Emilio Comici, nella profonda convinzione che l’alpinismo, prima di essere una coraggiosa impresa sportiva, è un’arte da esercitare come Dio comanda, nell’umiltà del confronto con la natura, mettendo alla prova la propria fede.

Entrambi sulla montagna hanno scritto opere indimenticabili, e fornito testimonianze e rappresentazioni. Si onora in loro un ideale di alpinismo puro, oggi a volte mortificato da una visione del mondo riduttiva, legata alla competizione più che alla bellezza e all’amore per la montagna.

Scrittrice e ambientalista

Kuki Gallmann nasce a Treviso nel 1943: è figlia dello scrittore, medico, esploratore e archeologo trevigiano Cino Boccazzi. Dopo un matrimonio giovanile di breve durata, tra il 1970 e il 1972 si trasferisce in Kenya al seguito del secondo marito, Paolo Gallmann, di origine svizzera, esperto di agraria, con il quale condivide la grande passione per l’Africa. Insieme acquistano la tenuta di Ol Ari Nyiro, che diventerà la loro casa, nella contea di Laikipia, territorio che dal monte Kenya giunge all’orlo della grande Rift Valley, luogo amato da Lord Delamere, aristocratico esploratore inglese dei primi anni del Novecento. Ol Ari Nyiro è un ranch di 400 chilometri quadrati, che si estende su colline, gole e pianure, famoso per l’abbondanza di animali selvatici e la varietà dei paesaggi, dalla savana alla boscaglia, dalla foresta alle pareti rocciose.

Dopo i primi anni africani, vissuti felicemente alla scoperta di un nuovo mondo, degli animali e delle loro abitudini, degli indigeni e della loro lingua, segue un periodo di grande sofferenza segnato prima dalla morte del marito nel 1980 in un incidente d’auto sulla strada verso Mombasa e tre anni dopo, dalla morte del primo figlio Emanuele, morso da un serpente. Ritrovato il coraggio di vivere, la Gallmann decide di continuare a vivere in Africa, con la figlia Sveva, nella la terra tanto amata dai suoi cari. In loro memoria dà vita alla Gallmann Memorial Foundation con lo scopo di proteggere l’ambiente naturale, rispettare e conservare le tradizioni locali, alla ricerca di un equilibrio armonioso con le tecniche innovative. Ol Ari Nyiro è oggi un polmone verde incontaminato nell’Africa sempre più cementificata, un’oasi di biodiversità vegetale e animale (più di 470 specie di uccelli e molti altri animali, anche in via di estinzione quali il rinoceronte nero e gli elefanti); è luogo di incontro, studio e ricerca per botanici, etnologi e zoologi, veterinari ed erboristi; è un territorio che conserva e promuove il patrimonio culturale e l’identità delle popolazioni indigene, attraverso il Centro d’arte e artigianato, (dove si tramandano le tecniche tradizionali di lavorazione di pelli, cotone, lana, semi colorati, zucche, legno, cortecce, radici)  e una piccola Scuola per tramandare la Medicina delle erbe, secondo l’uso tradizionale di semi, baccelli, cortecce d’albero e piante a scopi terapeutici.

Kuki Gallmann da anni si batte coraggiosamente contro la caccia di frodo e il bracconaggio, che, in un contesto segnato da carestie e povertà , rimane ancora una delle più facili e fruttuose fonti di reddito, nonostante leggi e divieti. La sua è una battaglia per la conservazione dell’ambiente, per la tutela degli animali selvatici, in particolare gli elefanti, e per un sistema sostenibile, pensando alle generazioni future. Del suo amore per questa terra e delle sue battaglie Kuki Gallmann, ci racconta nei suoi libri: “Notti africane”, “Il colore del vento”, “Elefanti in giardino” e “La notte da leoni”, oltre ad un libro interamente dedicato al Kenya, “Sognavo l’Africa”, dal quale è stato tratto il film omonimo, nel 1998, con la regia di Hugues Hudison e interpretato da Kim Basinger e Vincent Perez.

Nell’aprile 2017 viene ferita molto gravemente in un’imboscata all’interno della sua tenuta, divenuta ultimamente epicentro di una lotta violenta, che contrappone proprietari di terreni privati e i pastori semi nomadi che invadono le proprietà distruggendo l’ambiente per impossessarsi delle risorse naturali.

 

MOTIVAZIONE

“La città di Treviso, il Veneto, l’Italia sono orgogliose per aver dato i natali alla signora Kuki Gallmann che dalle sue origini ha ricavato l’essenza dello spirito d’amore, l’intelligenza e la curiosità per aprirsi al Vasto mondo, con le sue meraviglie di natura e di cultura. Una donna messa alla prova dalla sofferenza e dal confronto tra i popoli e dalla tenace volontà di rispettare il creato, radicandosi in terra africana e dimostrando straordinarie capacità di persistenza, sorrette dai più nobili sentimenti, con generosa disponibilità di adattamento in favore della comunità, locale e universale.

Brillante scrittrice, eccellente  naturalista, coraggiosa innovatrice ha saputo unire l’esigenza della tradizione e il bisogno di realizzare concrete iniziative di istruzione, di artigianato creativo, di medicina tradizionale, di conoscenza e sostegno all’ambiente secondo l’anima dei luoghi dove Opera  ispirandosi anche alla memoria del padre Cino Boccazzi, che di tutte queste esperienze ha saputo essere partecipe condividendo con Bepi Mazzotti  l’amicizia, la convivialità,  l’ardimento, l’amore per la bellezza e il fascino della ricerca.

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione “Premio Letterario Giuseppe Mazzotti”, con il parere unanime della Giuria del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI”, per il tenace, instancabile, coraggioso impegno, le molteplici iniziative e attività promosse a tutela dell’ambiente naturale nell’ambito della vasta tenuta di Ol Ari Nyiro nella Contea di Laikipia, nonché a favore delle comunità locali, tramite la “Gallmann Memorial Foundation” da Lei costituita, conferisce alla scrittrice e ambientalista, Kuki Gallmann, il Premio “Honoris Causa” 2017, giusto nel contesto della XXXV edizione del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI”.”

Fondatore e Presidente dell’Associazione “Libera”

Nasce nel 1945 a Pieve di Cadore (Belluno) ed emigra con la famiglia a Torino nel 1950. Nel 1965 promuove un gruppo di impegno giovanile, che prenderà il nome di Gruppo Abele, con il quale opererà prima all’interno degli istituti di pena minorili e successivamente darà vita alle prime comunità per adolescenti alternative al carcere.

Terminati gli studi presso il seminario di Rivoli (Torino), nel 1972 viene ordinato sacerdote dal cardinale Michele Pellegrino, che gli affiderà come parrocchia la “strada, che per don Ciotti e per il Gruppo Abele, diventerà il luogo non dell’insegnamento, ma dell’apprendimento,

Nel 1973 il Gruppo Abele apre il primo Centro di accoglienza per tossicodipendenti, promuovendo una battaglia politica e culturale contro la criminalizzazione e reclusione delle persone consumatrici di droga, che porterà all’approvazione della legge 685 (1975). Ma l’attenzione di don Ciotti è rivolta alle situazioni di emarginazione in senso lato, con un particolare approccio al disagio mai solo “solidaristico”, ma dove la dimensione dell’accoglienza si accompagna all’attività culturale e alla proposta politica. Tuttora il Gruppo Abele promuove oltre 50 attività: servizi di accoglienza, mediazione dei conflitti, reinserimento sociale attraverso cooperative di lavoro; progetti educativi (nelle scuole, con le famiglie, con minori stranieri); iniziative culturali (una casa editrice, una libreria, due riviste, un centro studi, l’Università della Strada per la formazione degli operatori). È attivo nel campo del contrasto alle dipendenze (droghe e alcolismo), alla tratta degli esseri umani e alla prostituzione e nella cooperazione internazionale in Costa d’Avorio e in Messico.

Convinto che solo il “noi” possa determinare un cambiamento sociale, nel 1982 don Ciotti contribuisce alla nascita del Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza (CNCA) – che  presiederà per dieci anni – e nel 1986 partecipa alla fondazione della Lega Italiana per la Lotta all’AIDS (LILA), in difesa dei diritti delle persone sieropositive. Nel marzo 1991 viene nominato Garante alla Conferenza mondiale sull’AIDS di Firenze, e nel marzo 1995 presiede la IV Conferenza mondiale sulle politiche di riduzione del danno in materia di droga.

Sulla scia dell’impegno contro la droga, dopo le stragi di Capaci e Via d’Amelio nell’estate del 1992, fonda “Narcomafie” – mensile d’informazione e analisi sui fenomeni mafiosi e le loro diramazioni politico-economiche – e nel 1995 l’associazione “Libera”, oggi punto di riferimento per oltre 1600 realtà impegnate contro le mafie e la corruzione. Nel 1996 Libera promuove la raccolta di 1 milione di firme per l’approvazione della legge sull’uso sociale dei beni confiscati, e oggi sostiene diverse cooperative di giovani che lavorano sui terreni appartenuti ai mafiosi. Nel febbraio e nell’aprile 2009 don Ciotti viene chiamato in Messico, per portare l’esperienza di Libera in un paese profondamente segnato dalla violenza del narcotraffico e dalla corruzione.

L’attività di Libera aspira a saldare la dimensione educativa (percorsi nelle scuole e convenzioni con il 70% delle università) con quella sociale (cooperative di lavoro, servizi per le fasce deboli, impegno nelle carceri minorili) e culturale (informazione, ricerca e analisi). Si avvale del contributo e della testimonianza di centinaia di famigliari delle vittime, impegnati nelle scuole e nelle carceri minorili, e promuove con loro ogni 21 marzo la Giornata della memoria e dell’impegno, oggi riconosciuta dallo Stato. La rete di Libera si estende anche fuori dall’Italia: suoi presidi sono presenti in Europa, in America Latina, in Africa, in Australia.

Il 1° luglio 1998 ha ricevuto dall’Università di Bologna una laurea honoris causa in Scienze dell’educazione, il 15 giugno 2006 dall’Università di Foggia una in Giurisprudenza, e il 4 dicembre 2014 dall’Università Statale di Milano una in Comunicazione pubblica e d’impresa.

 

MOTIVAZIONE

“Il Consiglio Direttivo, con il parere unanime della Giuria del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI”, per il suo appassionato, tenace, coraggioso impegno nei confronti degli ultimi e degli emarginati e per un cambiamento culturale, sociale ed etico finalizzato alla scomparsa di ogni genere di malaffare, di illegalità e di ingiustizia, nonché per la sua particolare attenzione ed efficace coerente responsabile azione rivolta alla difesa dell’ambiente e del paesaggio gravemente minacciati dall’inquinamento, dalla cementificazione selvaggia, dalle discariche abusive  e quant’altro che lo avvicinano alle battaglie condotte su tali fronti anche da Giuseppe Mazzotti, conferisce il Premio “Honoris Causa” 2018 a Don Luigi Ciotti.

Nato tra i monti del Cadore, tanto cari a Bepi Mazzotti, si è impegnato in particolare nella tutela dell’ambiente alpino battendosi per l’istituzione di un Parco nel Gruppo delle Marmarole e del Sorapis, così pure si è speso nella divulgazione e promozione dei principi ispiratori e dei contenuti richiamati nella recente enciclica papale “Laudato Sì” con interventi significativi al 100° Congresso Nazionale del Club AIpino Italiano a Firenze ed al 65° Trento Film Festival.”

Alpinista e scrittrice

“La signora degli Ottomila”

 

 

“Sono solo un’alpinista, però con l’apostrofo. Quell’apostrofo è la mia bandierina di donna che faccio sventolare lassù”.

Nives Meroi, classe 1961, bergamasca d’origine ma friulana d’adozione, si è avvicinata all’alpinismo intorno ai 15 anni, e a 17 ha iniziato a salire le prime vie. A 19 anni ha incontrato Romano Benet, che da quel momento è diventato il suo insostituibile compagno di cordata e poi anche di vita.

Nella loro carriera hanno percorso alcune fra le vie più difficili delle Alpi, rendendosi protagonisti di imprese come la prima invernale al Pilastro Piussi alla parete nord del Piccolo Mangart di Coritenza e quella alla Cengia degli Dei, sullo Jof Fuart.

Col tempo il loro amore per la montagna li ha spinti ad esplorare orizzonti sempre più lontani, a spingersi dove l’aria è rarefatta e, come dice Nives, “Ogni passo diventa uno sforzo di volontà”.

Il loro è un alpinismo leggero e pulito, senza l’ausilio di bombole d’ossigeno, climbing sherpa e campi prefissati. Ande, Himalaya, Karakorum. Un percorso fatto di grandi successi, come la salita, nel 2003, di tre Ottomila in soli venti giorni (Gasherbrum II, Gasherbrum I, Broad Peak), seconda cordata al mondo a realizzare quest’impresa e Nives, prima donna in assoluto. Oppure il loro “K in 2”, salito e disceso in cinque giorni, in completa solitudine. E ancora l’Everest, il Tetto del Mondo, scalato anch’esso senza ossigeno né climbing sherpa. E poi Lhotze, il Kangchenjunga… fino alla cima del Makalu, il 12 maggio 2016.

Sono quattordici i Giganti della Terra che Nives e Romano hanno salito fino ad ora. L’11 maggio 2017 hanno toccato la cima dell’Annapurna (8.091 metri). Meroi e Benet sono così la prima coppia al mondo ad aver scalato in cordata tutti i quattordici 8 mila metri, senza ossigeno e climbing sherpa, insieme, un passo dopo l’altro: il cammino di due solitudini unite in coppia verso la cima.

Nives e Romano vivono l’alpinismo come stile di vita e per loro forza di volontà, passione e umiltà sono i valori che portano al successo, mentre ogni sconfitta alimenta la loro voglia di ricominciare. Perché a Nives, più che il risultato, è sempre interessata l’esperienza, l’esplorazione di se stessi in contesti diversi: “Il gusto della scoperta – ricorda – non è un piacere ormai perduto: basta girare l’angolo per «vedere l’altra faccia, quella nascosta e dimenticata della montagna”.

All’inizio del 2019 è stato pubblicato il suo libro “Il volo del corvo timido” (Rizzoli Editore), in cui racconta l’ascensione dell’Annapurna, una montagna difficile che per lei e per Romano Benet segna la conclusione di una fatica durata vent’anni.

 

MOTIVAZIONE:

Formidabile alpinista, scrittrice introspettiva, musa di bellezza sempre riscontrabile nelle sue tracce e nei suoi pensieri. La sua vita dimostra come una fuori classe può essere conscia dei limiti anche nel compiere imprese quali il salire i quattordici ottomila della Terra senza dimenticare umanità ed affetti.

Donna unica nel saper rinunciare agli exploit valorizzando il rapporto coniugale tanto da poter affermare alla ripresa dell’attività alpinistica che in vetta adesso ci si arriva in tre, pensando all’anonimo donatore di midollo osseo essenziale per la guarigione del marito, Romano Benet.