Glottologo

 

Giovan Battista Pellegrini, nato a Cencenighe (BL) nel 1921, si laurea in Lettere all’Università di Padova nel 1945, conseguendo l’anno successivo il perfezionamento in Glottologia.

Dal 1946 al 1963 insegna nelle Università di Pisa, Palermo e Trieste. Nel 1964 ritorna all’Università di Padova come ordinario di Glottologia, cattedra che mantiene per molti anni, e dove tiene anche i corsi di Storia comparata delle lingue classiche, Linguistica ladina, Lingua e letteratura albanese (con elementi di filologia balcanica). Nel novembre 1991 lascia la docenza.

È membro effettivo di varie istituzioni ed Accademie italiane e straniere: «Istituto internazionale di studi etruschi ed italici di Firenze» (fin dal 1953); «Istituto veneto di scienze, lettere e arti»; «Accademia patavina»; «Deputazione di storia patria delle Venezie»; «Deputazione di storia del Friuli»; «Deputazione di storia patria della Sicilia»; «Accademia degli Agiati di Rovereto». Rappresentante per l’Italia nel «Centro internazionale di studi di onomastica» (CISO) di Lovanio dal 1960; consigliere effettivo del «Centro di studi sull’alto medioevo di Spoleto»; socio corrispondente dell’Accademia della Crusca di Firenze dal 1990.

Numerose le lezioni e gli interventi in conferenze e congressi in Europa, presso università o Istituti di cultura italiana, e, fuori Europa, a Beirut, Algeri, Tunisi e negli USA presso le università di Berkeley e Stanford.  Gast-professor ad Innsbruck per il semestre estivo 1978 e Visiting Full-Professor all’UCLA di Los Angeles California per il Quarter autunnale del 1979. Nelle conferenze ha parlato, oltre che in italiano, in francese, tedesco, inglese, spagnolo, serbo-croato, rumeno, ungherese e albanese.

La sua vastissima produzione scientifica è testimoniata da circa 700 pubblicazioni, di cui 25 volumi quasi interamente dedicata alla linguistica storico-comparativa, salvo pochi contributi di sociolinguistica e di fonetica generale. I suoi studi spaziano dalla dialettologia italiana (specie triveneta), al ladino e friulano (anche con impostazioni generali e rinnovate); dall’onomasiologia all’etimologia; dalla linguistica romanza – per la quale è autore di tre grammatiche storiche di spagnolo, del provenzale e francese antichi – allo studio e l’ermeneutica delle lingue dell’Italia antica (specie venetico e retico). Specialista riconosciuto per quanto concerne i rapporti linguistici arabo-romanzi, la linguistica balcanica e danubiana e, soprattutto, la toponomastica ed antroponimia.

Ha ideato, diretto ed in buona parte redatto l’Atlante storico-linguistico-etnografico friulano (ASLEF). È stato co-direttore degli «Studi mediolatini e volgari» e dell’Archivio per l’Alto Adige. Già direttore degli «Studi linguistici friulani», ha diretto la «Biblioteca di studi linguistici e filologici» della Società filologica friulana.

Per gli alti meriti acquisiti nello studio e nella ricerca linguistica ha ricevuto molti riconoscimenti, tra i quali ricordiamo il dottorato Honoris Causa dell’Università (ELTE) di Budapest nel conseguito nel 1989 e il «Premio unico del Presidente della Repubblica» per le scienze umanistiche conferitogli nel 1990. Nel maggio del 1991 è stato festeggiato con Convegno specifico dai romanisti e linguisti italiani e romanzi di lingua tedesca all’Università tedesca di Siegen. Gli sono stati pure conferiti vari Premi, oltre che dalla S.F.F., anche da Belluno (Premio S. Martino) e dall’Agordino (CAI, «Agordino d’Oro.).

Giovanni Battista Pellegrini muore a Padova il 3 febbraio 2007.

MOTIVAZIONE

Il Comitato Promotore e la Giuria del Premio per la sua vastissima produzione scientifica e gli alti meriti acquisiti nello studio e nella ricerca linguistica lo ha insignito del Premio «Honoris Causa» 1991.

Naturalista e museologo

«Il rispetto della natura viene dalla conoscenza e dall’amore. Ecco, la mia “scala” di valori nei confronti degli animali e della natura è questa: conoscenza, amore e rispetto. Sono, mi si passi l’espressione, “un naturalista religioso”»

 

Sandro Ruffo nasce a Soave (Verona) nel 1915. Affascinato fin da ragazzo dallo studio degli animali, in particolare da quello degli insetti, si laurea presso l’Università di Bologna nel 1938 in Scienze Agrarie, discutendo una tesi sulla biologia dei Coleotteri Crisomelidi, dove ebbe come maestro Guido Grandi, entomologo italiano di fama mondiale.

Chiamato alle armi nel 1939, allo scoppio della guerra è trattenuto in servizio, nel corso del quale otterrà il grado di ufficiale di artiglieria. Nel 1943 l’armistizio lo sorprende nella Francia meridionale, dove viene fatto prigioniero dai tedeschi e internato nei Lager di Polonia e di Germania. Rientrato in patria nell’agosto del 1945, nello stesso anno è nominato conservatore zoologo del Museo Civico di Storia Naturale di Verona, per divenirne poi direttore nel 1964. A lui è affidato il compito della ricostruzione del museo dopo le rovine della guerra, impresa che si conclude nel 1965 con l’inaugurazione del settore espositivo pubblico, completamente rinnovato secondo i moderni criteri della museologia naturalistica. La sua attività di museologo si è sempre alternata con la ricerca scientifica essenzialmente orientata su tre filoni: faunistica e zoogeografia dell’Italia; biospeleologia; sistematica di due gruppi di animali, i Crostacei Anfipodi e i Coleotteri Crisomelidi.

La sua ricerca faunistica si rivolge soprattutto all’esplorazione della catena appenninica. Iniziata nel 1950 nella regione pugliese e nelle Isole Tremiti, su ispirazione di Umberto D’Ancona, zoologo dell’Università di Padova, che fu suo secondo maestro, la ricerca continua poi per oltre vent’anni nei principali gruppi montuosi dell’Appennino, dai Monti Sibillini umbro-marchigiani alle Madonie in Sicilia. Le notizie sulla fauna, ancora poco conosciuta, della regione appenninica, sulle sue caratteristiche zoogeografiche e sulla sua origine nel tempo, saranno materia di studio per zoologi italiani e stranieri.

Un’attenzione particolare è riservata da Ruffo allo studio degli animali viventi nelle grotte, ambiente che ospita una quantità di specie endemiche di grande significato per interpretare l’evoluzione e la storia delle faune. Due regioni carsiche sono particolare oggetto d’indagine: le Prealpi venete, dal M. Baldo ai Lessini, e la Puglia, dal Gargano al Salento. Lo studio delle faune sotterranee (biospeleologia) viene successivamente esteso alla fauna delle acque interstiziali dei fiumi padani, principalmente dell’Adige, e cioè a quel particolare insieme di minuscoli animali che vivono negli interstizi dei sedimenti parafluviali. Nel corso di tali indagini ha modo di scoprire, tra l’altro, due ordini di Crostacei, i Sincaridi e i Termosbenacei, prima sconosciuti nella fauna italiana (e nel secondo caso addirittura in quella europea).

I suoi interessi per la faunistica del nostro Paese lo spingono a far rivivere la collana «Fauna d’Italia», edita dalla Calderini, di cui, fino al 1991, è il presidente del Comitato Scientifico.

Agli Anfipodi Ruffo ha dedicato oltre 120 lavori che riguardano la fauna di regioni e di ambienti diversi: il Mediterraneo, il Mar Rosso, il Madagascar, le coste atlantiche africane, le acque interne nord e centro-africane, i mari antartici. Nel corso di tali studi individua 24 generi e 130 specie nuovi per la scienza. Per studiare gli Anfipodi del Mediterraneo, coordinò l’attività di una decina di zoologi italiani e stranieri, allo scopo di realizzare un’opera, «The Amphipoda of the Mediterranean», uscita in quattro volumi.

A partire dagli anni Settanta il suo studio della faunistica inizia a prendere in considerazione i problemi scaturiti dal deterioramento degli ambienti: collabora al Progetto finalizzato C.N.R. «Promozione della qualità dell’ambiente», curando la pubblicazione di 29 manuali della serie da lui ideata «Guide per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane». Insieme a Campaioli, Ghetti e Minelli realizza un manuale pratico per il riconoscimento dei macroinvertebrati delle acque dolci italiane, destinato a facilitare l’uso di questi animali nella elaborazione di Indici Biotici di qualità delle acque. Sempre in questo settore ha infine coordinato con M.G. Braioni dell’Università di Padova le ricerche sulla qualità delle acque dell’Adige, pubblicate in un volume delle «Memorie» del Museo di Verona.

Anche se fu per otto anni professore incaricato di Entomologia nell’Università di Modena, la sua attività di zoologo e di faunista si è interamente svolta nell’ambito del Museo di Storia Naturale di Verona, dimostrando in tal modo come l’istituzione museale possa rappresentare un importante centro di attività scientifica. Ruffo credendo fermamente nell’importanza  della valorizzazione dei musei scientifici, è stato uno dei fondatori e il primo presidente dell’Associazione nazionale dei Musei scientifici. Come museologo ha sempre associato l’attività di ricerca a quella didattica, esplicata sia con il rinnovamento di una struttura espositiva, come quella del Museo di Verona, inizialmente di stampo ottocentesco, sia con la pubblicazione di opere zoologiche divulgative e didattiche da lui scritte o coordinate quali il volume «La fauna» nella serie «Conosci l’Italia» del T.C.I., «Fauna minima delle nostre case», «Grande Enciclopedia illustrata degli animali» per la Mondadori, e il «Trattato italiano di zoologia» per i capitoli su Crostacei, Zoogeografia e Fauna d’Italia.

Numerosissimi gli incarichi accademici ricoperti, più volte Consigliere della Società entomologica italiana e dell’Unione zoologica italiana. Già socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei, medaglia d’oro dei Benemeriti della Cultura, Presidente del Comitato Tecnico della Fauna presso il Ministero dell’Ambiente, socio fondatore dell’Associazione Nazionale Musei Scientifici di cui è stato Presidente dal 1973 al 1980, nel 2007 ha ricevuto la Laurea ad Honorem in Conoscenza e gestione del Patrimonio Naturale presso l’Università di Bologna.

Sandro Ruffo muore a Verona il 7 maggio 2010.

 

MOTIVAZIONE

“Il Consiglio Direttivo dell’Associazione, con il parere unanime della Giuria, ha assegnato il PREMIO HONORIS CAUSA 1992 a Sandro Ruffo, già Direttore del Museo di Storia Naturale di Verona, studioso naturalista e museologo di fama internazionale.”

Etnologo, orientalista, alpinista

 

Nato a Firenze nel 1912 da padre italiano e madre inglese, Fosco Maraini si è laurea nel 1937 in Scienze Naturali con una specializzazione in antropologia; subito dopo parte per il Tibet al seguito del famoso orientalista Giuseppe Tucci che considererà sempre suo grande maestro. Nel 1938, grazie ad una borsa di studio, si reca in Giappone, ammesso come assistant professor all’Università di Hokkaido (Sapporo).
Tre anni più tardi, gli sconvolgimenti causati dallo scoppio della seconda guerra mondiale non gli consentono di rientrare in Italia ed accetta la nomina di lettore d’italiano presso l’Università di Kyoto. Rifiutatosi di aderire alla Repubblica di Salò, negli anni fra il 1943 e il 1945, viene internato come nemico dalle autorità giapponesi nel campo di concentramento di Tempaku presso Nagoya, insieme alla moglie Topazia Alliata e alle tre figlie, Dacia, Yuki e Toni: riuscirà a fare ritorno in Italia solo nel 1946. Due anni più tardi riparte per il suo secondo viaggio in Tibet, immancabilmente al fianco del Prof. Tucci. L’incontro con la spiritualità e le tradizioni tibetane gli dischiuse le porte dell’Asia, il continente a cui Fosco Maraini ha dedicato buona parte della sua vita. Da questa esperienza nascerà, dopo qualche anno di gestazione, Segreto Tibet, un classico della letteratura di viaggio, presentato nel 1951, quando si stava concludendo l’occupazione delle truppe di Pechino. Il libro, di grande successo e tradotto in dodici lingue, descriveva una nazione, un paese, un popolo fermo in un Medioevo altamente e raffinatamente civile, privo di quelle scoperte, di quegli strumenti resi disponibili dalla scienza e dalla tecnologia ma che trovava nella propria antica civiltà religiosa, artistica, letteraria, teatrale e musicale i mezzi per trascorrere un’esistenza ricca di soddisfazioni fino allo stravolgimento causato dalla colonizzazione cinese.
Nel 1953, Maraini ritorna in Giappone dove gira una serie di importantissimi documentari etnografici, alcuni dei quali, purtroppo andati perduti. e raccoglie numeroso materiale che adopererà per la pubblicazione di tre volumi fondamentali: Ore giapponesi del 1956 (tradotto in cinque lingue), L’isola delle Pescatrici del 1969 (tradotto in sei lingue) e, infine, Japan.Patterns of Continuity (1971), monografia illustrata sul Giappone, ristampata più volte e tradotta in diverse lingue. In ragione della sua quasi ventennale permanenza nel paese, Fosco Maraini sarà insignito dal Governo del Giappone della Stella dell’Ordine del Sol Levante e ha ricevuto il Premio della Japan Foundation “Per la diffusione della cultura giapponese all’estero”.
Nel 1958 partecipa, in qualità di membro del CAAI (Club Alpino Accademico Italiano), alla spedizione nazionale al Gascherbrum IV (Karakorum), straordinaria avventura che racconterà in G4, Karakorum (1960); nell’anno successivo, dirige un’altra importante spedizione del CAI al Saraghrar nell’Hindu-Kush, che descriverà in Paropàmiso.
Negli anni successivi Maraini divide la sua vita tra il Giappone dove ritorna diverse volte per incarichi di studio e insegnamento, l’Italia e l’Asia. Risiederà parecchi mesi anche a Gerusalemme e di questo periodo è testimonianza uno dei libri più belli mai scritti sulla città, Jerusalem, Rock of Ages, pubblicato dalla Harcourt Brace di New York.
Le sue esperienze e i suoi studi sono testimoniati dai numerosi libri di prestigio internazionale, che consacrano e testimoniano un’intera esistenza vissuta e osservata con gli occhi curiosi ed esperti del fotografo, dell’etnologo, del poeta, del viaggiatore e dell’alpinista.
A quasi quarant’anni di distanza dalla prima pubblicazione, nel 1998, cura un’edizione aggiornata, pubblicata da Corbaccio, del suo primo grande successo, Segreto Tibet, riproponendo le immagini ed il racconto di un tempo, inquadrati e messi a fuoco nel contesto della realtà contemporanea, con tutte le sue implicazioni storiche, sociali e culturali.
Negli ultimi tempi, profondamente colpito dalla strage delle Torri Gemelle, si dedica con appassionato impegno allo studio dei rapporti tra Islam e Occidente, riconsiderando le sue esperienze dirette di incontro con la cultura islamica.
Fosco Maraini muore a Firenze martedì 8 giugno 2004.

MOTIVAZIONE

“Grande testimone del nostro tempo, insigne orientalista, etnologo e antropologo, valente esploratore, alpinista, poeta della fotografia, scrittore di notorietà internazionale, viaggiatore incantato nei più remoti angoli della terra, spirito avventuroso, fortemente preso dalla passione per la scoperta e la conoscenza di culture lontane, ricche sempre di caratteristici valori spirituali, delle quali egli ha saputo acutamente cogliere l’anima profonda, traducendone poi le ricche suggestioni in opere splendide, impreziosite da una scrittura fresca ed efficace, generatrice di intense emozioni.
Citiamo fra tutte “Segreto Tibet”, del 1951, divenuto ormai un classico della letteratura di viaggio, tradotto in dodici lingue, riproposto quest’anno da Corbaccio in edizione aggiornata; e “Ore giapponesi”, del 1956, altra opera esemplare che, fin nel titolo, rammenta la sua intensa frequentazione di quel paese orientale, nel quale ha trascorso un ventennio della propria vita.”

Associazione ambientalista

 

Il Worldwatch Institute, fondato nel 1974 da Lester Brown con un finanziamento del Fondo dei Fratelli Rockefeller, è un’organizzazione privata senza scopo di lucro, dedicata alla ricerca per l’analisi dei problemi ambientali mondiali. Dieci anni dopo la fondazione, nel 1984, Brown pubblica i famosi rapporti sullo stato del mondo: valutazioni annuali, diventate la “bibbia” del movimento mondiale per l’ambiente. Tradotti in tutte le principali lingue del mondo – cinese, giapponese, spagnolo, francese, russo, arabo, portoghese, indonesiano, tedesco, polacco, italiano – State of the World ha raggiunto uno status semi-ufficiale.

Lester R. Brown, considerato “uno dei pensatori più influenti del mondo”, inizia la sua carriera come agricoltore di pomodori nel New Jersey meridionale, insieme al fratello. Nel 1955 consegue la laurea in Scienze Agricole presso l’Università di Rutgers e si trasferisce per sei mesi nell’India rurale.

Nel 1959 inizia a lavorare come analista internazionale per il Dipartimento di Agricoltura Americano, partecipa ad un Master in Economia Agricola presso l’Università di Maryland e ad un M.P.A. ad Harvard. Nel 1964 affianca Freeman, allora Ministro per l’Agricoltura, in qualità di consigliere per la politica agricola estera. Due anni più tardi viene nominato Amministratore del Servizio di Sviluppo Agricolo Internazionale del Dipartimento, ma nel 1969 lascia il governo per collaborare con James Grant, ex responsabile dell’UNICEF, nella realizzazione del Consiglio per lo Sviluppo Estero.

Dalla fondazione, nel 1974, del Worldwatch Institute, cura la pubblicazione di articoli, recensioni, annuari e libri riferiti all’analisi dei problemi ambientali mondiali, sensibilizzando l’opinione pubblica sulla drammatica situazione attuale.

Fra i molti premi ricevuti e le onorificenze assegnate si ricordano il premio Mac Arthur Fellow nel 1986, il premio ecologico delle Nazioni Unite nel 1987, la Medaglia d’oro del Worldwide Found for Nature nel 1989 e il premio “Blue Planet” nel 1994, conferito per il suo contributo eccezionale alla soluzione dei problemi ecologici mondiali. Nel 1998 è stato incluso tra i “100 Campioni della Conservazione” della Audubon Society. Ha inoltre ricevuto diverse lauree Honoris Causa.

 

MOTIVAZIONE

“La Giuria del Premio e il Consiglio Direttivo dell’Associazione, all’unanimità, assegnano il Premio “Honoris Causa” 1999 al WORLDWACHT INSTITUTE di Washington, fondato e diretto da Lester Brown, con la seguente motivazione: per il puntuale check-up della Terra raccolto nell’annuario più qualificato sullo stato dell’ambiente nel mondo, strumento di analisi scientifica per ridisegnare una nuova economia sostenibile, utilizzato da docenti, economisti e leader politici. Si esprime inoltre vivo plauso alle EDIZIONI AMBIENTE per aver dato alla stampa in edizione italiana a cura di Gianfranco Bologna, il rapporto annuale “STATE OF THE WORLD 99 – Stato del pianeta e sostenibilità”.

Alpinista e scrittore

Walter Bonatti, nasce a Bergamo nel 1930. Fin da giovane, si dedica all’alpinismo estremo, compiendo le sue prime scalate sulle Prealpi lombarde nel 1948; l’anno successivo, ha solo 19 anni quando decide di affrontare le più difficili pareti del mondo; e da quei primi successi la sua vita fu un susseguirsi di imprese dalle difficoltà estreme, spesso dal sapore dell’incertezza, dell’emozione, a volte realizzate al margine del dramma.

Tra le imprese più significative portate a termine spostando sempre più avanti i limiti dell’umanamente possibile sono senz’altro da annoverare la parete Est del Grand Capucin (1951); le pareti Nord delle Cime di Lavaredo in invernale (1953); il bivacco oltre gli 8100 mt. sul K2 (1954); la scalata solitaria del Pilastro del Dru (1955); la traversata sci-alpinistica delle Alpi, completata dalle Giulie alle Marittime (1956); la prima scalata del Gasherbrum IV° 7980 mt. (1958); la parete Nord delle Grandes Jorasses d’inverno (1963); la parete Nord del Cervino d’inverno, in scalata solitaria e diretta (1965). Centinaia di altre scalate di prim’ordine in Europa e in tutto il mondo, integrano la sua lunga carriera alpinistica del genere classico.

Dal 1965, Bonatti abbandona l’alpinismo estremo per dedicarsi all’esplorazione e all’avventura nelle regioni più impervie del mondo, come inviato del settimanale Epoca. I suoi reportages foto-giornalistici gli hanno valso i premi “Die Goldene Brende”, edizioni 1971 e 1973 (per iniziativa della rivista Bild Der Zeit di Stuttgart) e il riconoscimento in America con l’assegnazione del trofeo “Il Gigante dell’avventura – 1971” per iniziativa della rivista “Argosy” di New York.

È stato anche scrittore, autore di molti libri di successo: I Giorni Grandi (1978); Ho vissuto tra gli animali selvaggi (1980); Le mie montagne (1983); Avventura (1984); Magia del Monte Bianco (1984); La mia Patagonia (1986); Processo al K2 (1985); Un modo di essere (1989); L’ultima Amazzonia (1989); Montagne di una vita (1995); K2 – storia di un caso (1996); In terre lontane (1997); Fermare le emozioni (1998); Solitudini austral” (1999).

Numerosi i riconoscimenti conseguiti: Medaglia d’oro al Valor civile della Repubblica Italiana; Medaglia d’Oro del Consiglio d’Europa; Gran Premio dell’Académie des Sports di Parigi; Medaglia d’Oro al Valor sportivo italiano. Nel 2000 è stato elevato al grado di Ufficiale dell’Ordine della Légion d’Honneur dal Presidente Chirac.

Walter Bonatti è mancato a Roma nel 2011.

 

MOTIVAZIONE

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione “Premio Letterario Giuseppe Mazzotti” e la Giuria del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI”, all’unanimità hanno deciso di assegnare il Premio “Honoris Causa” a Walter Bonatti, con la seguente motivazione:

“Ultimo di quei grandi alpinisti classici che salirono vette intatte all’inizio dei tempi, scalatore solitario che ha saputo in giornate lunghe e terribili, fra ghiacci e grandi silenzi, scalare montagne tanto alte e lontane da essere spesso invisibili, nascoste fra le nubi. La parete Est del Grand Capucin, il pilastro del Dru, la Nord del Cervino, le magiche e misteriose cime himalaiane con il Ghaserbrun IV, gli oltre 8000 del K2, portando sulle spalle bombole di ossigeno per la cordata che lo precedeva, sorda alle sue chiamate e, di lassù, la lunga discesa per una delle creste di ghiaccio più alte del mondo.

Ha attraversato a piedi il Polo Sud, tanti altri posti remoti e sconosciuti ed è rimasto sempre quel ragazzo puro e coraggioso degno delle immense solitudini e delle grandi vette. E lassù, nei gelidi deserti di ghiaccio himalaiani, ha ritrovato in spirito il grande poeta himalaiano dei millenni passati, Milarepa, che scrisse quei versi che sembrano fatti apposta per lui: Nelle solitarie montagne fra le pietraie c’è uno strano mercato. Puoi barattarvi il vortice della vita per una beatitudine senza confini.

Quello strano mercato lo attendeva nei luoghi alti dove, secondo la Bibbia, Dio è presente e lo ha premiato.

Tutta la sua vita, limpida e coraggiosa, ritorna nei suoi libri che fanno rivivere momenti indimenticabili: grazie Walter, per tutto quello che ci hai dato”.

 

 

Soldato e scrittore

Mario Rigoni Stern nasce ad Asiago nel 1921 da un’antica famiglia dedita da sempre al commercio tra montagna e pianura; il padre, congedato come ufficiale subalterno di fanteria, la madre di formazione e spirito altamente risorgimentale.

La crisi economica degli anni Trenta segna pesantemente la condizione famiglia dello scrittore, che nel 1936 riesce comunque a conseguire la licenza di Scuola secondaria di Avviamento; due anni dopo decide di arruolarsi come volontario, nella Scuola Militare di Alpinismo di Aosta, dove ottiene la qualifica di “specializzato sciatore-rocciatore”.

In qualità di portaordini-sciatore, partecipa alla campagna italo-francese sulle Alpi e a quella italo-greca sulle montagne albanesi. Nell’inverno del 1941-42 diviene istruttore di sci per il Corpo Italiano di Spedizione in Russia e aggregato al battaglione sciatori “Monte Cervino”. Dopo un breve ritorno in Italia, prende parte alle battaglie invernali sul medio Don e, successivamente, alla grande ritirata del Corpo d’Armata Alpino. Nel !943 al suo rientro in Italia, avendo rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale, viene catturato dai tedeschi e deportato nei lager, dove rimane fino al termine del conflitto.

Alla fine del 1945, rientrato a piedi dalla Polonia, trova lavoro con la qualifica di “diurnista di 3^ categoria” nell’amministrazione provinciale delle imposte dirette, addetto alla conservazione del catasto.

Negli anni del dopoguerra Rigoni Stern si avvicina alla letteratura dedicandosi alla lettura dei capolavori francesi e russi, nonché ai poeti italiani ignorati dal fascismo. Nel 1953, sollecitato da Elio Vittorini, propone all’Editore Einaudi la sua prima opera, Il Sergente nella neve, sottoscrivendo il primo contratto per la pubblicazione. Il romanzo autobiografico che racconta la tragica ritirata di Russia, viene accolto subito con grande favore da lettori e critici, e diventerà uno dei romanzi più famosi del dopoguerra.

Da lì in avanti molti dei suoi racconti vengono pubblicati dalle riviste “Il Ponte”, “Paragone”, “Il contemporaneo”: nel 1962, Calvino raccogliendo diversi di questi scritti, promuove la prima edizione de Il bosco degli Urogalli. A partire dall’anno successivo Rigoni Stern iniziò la sua collaborazione con il quotidiano “Il giorno” e altri settimanali. Sul finire degli anni sessanta collabora alla sceneggiatura del film per la televisione trasmesso nel 170, I recuperanti,  girato con Ermanno Olmi e dedicato alle vicende delle genti dell’Altipiano all’indomani della seconda guerra mondiale.

L’esperienza della guerra e la vita, la storia e la natura della sua terra, l’Altipiano di Asiago, sono i temi che attraversano e caratterizzano l’intera opera di Rigoni Stern, che ci ha lasciato veri capolavori della letteratura italiana del ‘900: Storia di Tönle, del 1978, è il resoconto della vita di un montanaro al tempo dell’annessione del Veneto all’Italia; Uomini, boschi e api (1980), una raccolta di racconti e di impressioni naturalistiche frutto di una profonda contemplazione e osservazione del paesaggio; L’anno della vittoria (1985) e Amore di confine (1986), storie e memorie di un mondo che va scomparendo; Arboreto selvatico (1991), il suo giardino, dove ogni albero ha una storia da raccontare tra cultura e meraviglia della natura;  Il poeta segreto e Aspettando l’alba. Nel 1995 viene pubblicato Le stagioni di Giacomo, un lungo racconto che descrive la vita paesana tra pace e guerra a cavallo fra Ottocento e Novecento; e, ancora, Sentieri sotto la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre storie (2000) e L’ultima partita a carte, tutti pubblicati da Einaudi, che allo scrittore asiaghese dedicherà uno dei suoi Meridiani.

Nel 1999 gira con Marco Paolini un film-dialogo diretto da Carlo Mazzacurati, Ritratti: Mario Rigoni Stern, nel quale lo scrittore si racconta: la guerra, il lager e il difficile ritorno a casa, ma anche il suo rapporto con la montagna e la natura.

Oltre a vari premi per i suoi romanzi, nel 1997 ha vinto il premio Feltrinelli e nel 2003 il premio Chiara alla carriera. Nel novembre 2007 riceve la commenda di Accademico di Francia per la cultura e l’arte. Alcuni suoi libri sono stati tradotti nelle principali lingue e sono pure usciti in edizioni scolastiche per le letture nella scuola dell’obbligo.

Altrettanto numerose le onorificenze che gli sono state conferite: Medaglia d’argento al valor militare nel 1942; Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana nel 2003; Distintivo d’onore per i patrioti “Volontari della libertà”.

Mario Rigoni Stern muore nella sua casa di Asiago il 16 giugno 2008.

 

MOTIVAZIONE

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione “Premio Letterario Giuseppe Mazzotti”, nel ventennale del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI” e nella ricorrenza dell’Anno Internazionale delle Montagne, con voto unanime, ha deciso di assegnare il Premio “HONORIS CAUSA” a Mario Rigoni Stern, con la seguente motivazione:

“Annoverato fra i maggiori scrittori italiani contemporanei, Mario Rigoni Stern ha le stimmate del narratore popolare, che, dall’humus della sua terra, ha tratto e trae la linfa per raccontare le vicende dei figli dell’Altopiano, il loro penoso esilio per la guerra e il lavoro, accomunandoli, per biologica “simpatheia”, con gli animali e i boschi racchiusi nell’identico orizzonte.

Della sua originalissima scrittura, il nostro poeta Zanzotto ebbe a notare come essa sia caratterizzata da un “memorialismo costituzionalmente apertissimo, davvero senza limiti o stretti orizzonti, come quella pianura di Russia dove c’era tanto gelo di neve e tanto calore di umanità”.

Dagli intimi spazi della memorialistica e dell’estenuato biografismo, Rigoni Stern si è, infatti, aperto alle vastità di una – come ancora ebbe a dire Zanzotto – “reinventata e riscoperta <terra> della memoria, dove il suo abitatore e interprete ascolta l’eco misteriosa di una lingua che era in noi e che noi abbiamo perduta”.

Nelle lande dell’Altopiano di Asiago – così lo fotografa un’istantanea di Rolando Damiani – “reduce dalle peregrinazioni belliche e dal loro racconto, egli ama ritrarsi solitario passeggero di lunghe camminate, assorto ascoltatore degli uccelli del bosco, il divino urogallo e la coturnice dall’ellenico canto, attento ermeneuta dei  segni delle lepri e delle volpi, delle tracce di un linguaggio che in eterno, nella macchia e nel vento, la natura parla con brusio indistinto, con vago accenno”.

Dalla strepitosa rivelazione del Sergente della neve, percorrendo via via il variegato ventaglio delle sue successive pubblicazioni, fino a L’ultima partita a carte, Mario Rigoni Stern si è conquistato un sempre maggior gradimento nei lettori (un filo segreto di affetto) e una sempre più alta considerazione da parte della critica letteraria.

Sia che egli racconti vicende di guerra, sia che si distenda in attiva contemplazione della sua terra, delle sue montagne, ovunque traspaiono le sue doti di cronista eccezionale e di narratore squisito.

A seconda dell’argomento trattato, la sua scrittura viene riconosciuta di volta in volta come “canto epico”, “saga alpina”, “canto di vita nella morte”.

Viene anche favorevolmente considerata la sua natura di scrittore non intellettuale, le cui radici “appartengono alla tradizione dell’Italia non dotta, al narrare contadino che ha per uditorio l’aria, la stalla, l’osteria”.

Vigoroso uomo di pace, da tutta la sua scrittura emerge la constatazione che “la guerra è sempre una tragedia perpetrata ai danni di uomini semplici, e di una cultura che da sempre è stata travolta e sopraffatta dalla “storia”.

Per tutto questo, e per il modello di coerenza del suo costume di vita con gli assunti del suo essere scrittore, il Consiglio Direttivo gli conferisce questo Premio “Honoris Causa”.

Per quanto insolito, nel 2004 l’Associazione ha voluto assegnare il Premio “Honoris Causa”, nel contesto della XXII edizione del Premio Gambrinus “Giuseppe Mazzotti” ad un gruppo riunito in comitato, e non invece ad un singolo personaggio, ad un’istituzione o ente.

L’intera comunità – duemila anime – di Fanzolo, un piccolo paese, frazione del comune di Vedelago, si è trovato concorde nel vigilare ed operare in modo da impedire che alcuni progetti commerciali compromettessero la storica bellezza e la funzionalità di Villa Emo, bene artistico-ambientale di straordinario valore (Patrimonio dell’umanità UNESCO) e dei circostanti territori, connotati da vocazione agricolo-paesaggistica.

Il tutto ha avuto origine dalla notizia secondo cui la Curia del Patriarcato di Venezia, che da tempo aveva acquistato una considerevole porzione di terreni antistanti alla Villa, fosse in trattativa di vendita; tra gli acquirenti, però, sembravano esserci le intenzioni di mutare la destinazione d’uso, con la trasformazione in cave di ghiaia diparte dei terreni, in mancanza di un preciso vincolo di natura ambientale.

Difronte al pericolo di un’inaccettabile compromissione della bellezza e della funzionalità del complesso di Villa Emo, e di una minaccia all’integrità dell’ambiente abitativo, nel quale molte persone e famiglie di Fanzolo riconoscono la propria storia, i cittadini di Fanzolo si riunirono in comitato i “Cittadini di Fanzolo per Fanzolo”, affiancati dal Sindaco e dal Parroco.

Nel paese si fece sempre più forte l’ipotesi di acquisto da parte della stessa comunità di Fanzolo, che portò ad un intenso scambio di corrispondenza con la Curia di Venezia per prospettare la nuova soluzione.

 

MOTIVAZIONE

Più volte, nel corso delle ventidue edizioni del Premio, l’Associazione che l’organizza ha voluto onorare con il Premio “Honoris Causa”, persone o enti particolarmente benemeriti nei vari campi.

Quest’anno la scelta si differenzia alquanto dalla consueta prassi elettiva. Più che un singolo personaggio o una ben definita istituzione ciò che si è inteso premiare è propriamente un’idea: un’idea buona, esemplarmente condotta verso un traguardo di rara civiltà, in tempi di fin troppo facili manomissioni di preziose realtà naturali o artistiche. Il merito discende ovviamente dall’idea ai protagonisti che l’hanno concepita e realizzata.

“Il Premio “Honoris Causa” viene assegnato quest’anno al Comitato “Cittadini di Fanzolo per Fanzolo”, in comune di Vedelago (Treviso) che, responsabilmente, si sono fatti protagonisti in un’azione di salvaguardia del loro “paesaggio”, secolarmente consolidatosi nel felice connubio di Villa Emo Capodilista, opera dell’insigne Architetto Andrea Palladio, e dei terreni circostanti da sempre conservati a vocazione agricola.

Allo scopo di evitare che improvvise azioni di compravendita potessero portare a disdicevoli cambi di destinazione di una così notevole parte del terreno del paese, i “Cittadini di Fanzolo per Fanzolo” – duemila anime dell’omonima frazione – han fatto gruppo per promuovere un’iniziativa intesa ad ottenere che l’intera area venisse convenientemente vincolata dalla competente Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, dichiarando intanto la disponibilità ad un acquisto collettivo.”

Giornalista e divulgatore scientifico

 

Piero Angela nasce nel 1928 a Torino, dove frequenta il Liceo Classico e contemporaneamente si dedica allo studio del pianoforte. Appassionato di jazz entra a far parte di diverse formazioni, dove suona con successo al fianco di nomi di spicco. Abbandonerà l’attività musicale professionistica quando nel 1952 entra in RAI, inizialmente come cronista e collaboratore del Giornale Radio. Dal 1954, con l’avvento della televisione, Piero Angela entra a far parte della redazione del Telegiornale, come corrispondente, dal 1955 al 1958, prima da Parigi e poi da Bruxelles. Presenta insieme ad Andrea Barbato la prima edizione del Telegiornale delle 13.30 e nel 1976 sarà il primo conduttore del Tg2.

Alla fine del 1968 inizia a dedicarsi ai documentari con una serie dal titolo Il futuro nello spazio, dedicati al Progetto Apollo seguendo con collegamenti e approfondimenti le fasi che avrebbero portato i primi astronauti sulla Luna; è in questo momento che introduce la stessa sigla musicale – l’Aria sulla Quarta corda di J. S. Bach – che avrebbe accompagnato e contraddistinto tutte le sue serie successive. Dall’inizio degli anni ’70 Angela si dedicherà alla realizzazione di programmi di divulgazione: Destinazione Uomo (dieci puntate), Da zero a tre anni (tre puntate), Dove va il mondo? (cinque puntate), Nel buio degli anni luce (otto puntate), Indagine sulla parapsicologia (cinque puntate), Nel cosmo alla ricerca della vita (cinque puntate).

A partire dal 1981 inizia la serie Quark, programma dalla formula innovativa che si proponeva di avvicinare il pubblico più vasto possibile al mondo della scienza e della ricerca avvalendosi delle produzioni più innovative, quali i documentari della BBC e di David Attemborough, e di nuove modalità, quali le spiegazioni da studio o i cartoni animati di Bruno Bozzetto al fine di rendere più accessibili e facilmente comprensibili anche i concetti e le tematiche più difficili. Sul format di Quark avrebbero avuto origine altre produzioni: Quark speciale, Il mondo di Quark, Quark Economia, Quark Europa, Quark italiani (1988) – circa cinquanta documentari prodotti da autori italiani su natura, ambiente, esplorazione, animali, realizzandone alcuni in collaborazione anche con il figlio Alberto-; il progetto Pillole di Quark, duecento piccoli spot di trenta secondi, passati oltre cinquemila volte nei programmi di RaiUno; Superquark (1995) ultimo nella serie dei programmi di scienza, natura e tecnologia, di cui Angela è autore e conduttore, primo programma di divulgazione scientifica ad occupare l’intera prima fascia dei programmi serali.

Tra il 1986 e il 1987 è autore e protagonista di importanti eventi televisivi e produzioni: due prime serate su Rai 1 dal Palazzetto dello Sport di Torino, davanti a ottomila spettatori, su clima, atmosfera e oceani; tre serie televisive, costruite con l’impiego delle nuove tecnologie di rappresentazione grafica tramite computer: un viaggio nel corpo umano (La macchina meravigliosa, in otto puntate), nella preistoria (Il pianeta dei dinosauri, in quattro puntate) e nello spazio (Viaggio nel cosmo, in sette puntate). Quest’ultime, realizzate con la collaborazione del figlio Alberto, furono tradotte in inglese e vendute in oltre quaranta Paesi europei, americani e asiatici, paesi arabi e Cina inclusi. Dal 2000 Piero e Alberto Angela sono autori di Ulisse, programma a puntate monografiche riguardanti scoperte storiche e scientifiche.

Piero Angela ha svolto attività di divulgazione non solo in televisione, ma anche su giornali e settimanali, con articoli e inserti. Ha scritto una trentina di libri, alcuni dei quali tradotti in inglese, tedesco e spagnolo, con una tiratura di oltre due milioni e mezzo di copie. Tra questi: Ti amerò per sempre. La scienza dell’amore (2005), Da zero a tre anni (2005), La straordinaria storia della vita sulla terra (2003), Mediterraneo. Viaggio alla scoperta di un pianeta sommerso (1995), La straordinaria storia dell’uomo. Indizio per indizio un’investigazione sulle nostre origini (1993), Viaggio nella scienza (1991), La macchina meravigliosa (1990), Nel cosmo alla ricerca della vita (1980), La vasca di Archimede (1976).

Per la sua preziosa attività di divulgazione scientifica, ha ottenuto diversi premi in Italia e all’estero; a Parigi gli è stato conferito il prestigioso Premio internazionale Kalinga dell’Unesco. Ha inoltre ricevuto quattro lauree Honoris Causa.

Dal 1983 (anno di fondazione) al 1994 è stato autorevole membro della Giuria del Premio Gambrinus “Giuseppe Mazzotti” e in tale veste ha partecipato ad alcuni Convegni, promossi dal Premio, su temi naturalistico-ambientali.

 

MOTIVAZIONE

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione “PREMIO LETTERARIO GIUSEPPE MAZZOTTI” con il favore unanime della Giuria del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI” ha assegnato il Premio “Honoris Causa” 2006 a Piero Angela, con la seguente motivazione:

“Giornalista e scrittore, in mezzo secolo di attività, è divenuto il più grande divulgatore scientifico, non solo in Italia, ma anche in altri paesi di lingua tedesca, inglese e spagnola.

La sua attività di studio e ricerca si realizza nella produzione di oltre trenta libri e  in una serie di programmi televisivi, tra i quali la rubrica scientifica QUARK da lui inventata, e che, oltre a rappresentare la prima trasmissione televisiva di divulgazione scientifica rivolta al grande pubblico, ha dato vita a una serie di trasmissioni, sempre sotto la stessa sigla, con orizzonti estesi a tutti gli interessi dell’umanità: dalla natura, alla scienza, all’economia e a tutti gli aspetti del vivere sociale. In questo ampio quadro, che va dallo spazio più vasto agli angoli più profondi e remoti del nostro pianeta nella sua storia, nella sua attualità, nella sua vita, Piero Angela svolge la sua missione di comunicatore e di “educatore – formatore” accomunando il rigore scientifico alla capacità della divulgazione, senza facili accondiscendenze alle tentazioni di dubbia attendibilità.

Spinto dalla curiosità istintiva di conoscere per sapere, e di capire per comunicare, è entrato ovunque ci fosse l’opportunità di vedere e la necessità di comprendere, per farne parte alla comunità civile; ed è giunto a tutti noi per recare questi messaggi e per aiutarci ad essere partecipi del mondo in cui siamo chiamati a dare e a ricevere.

La sua partecipazione per oltre dieci anni alla Giuria del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI” e alle manifestazioni collaterali promosse dall’Associazione che lo gestisce, ha costituito una serie di felici occasioni per la condivisione di ideali e di temi che accomunano il pensiero di Giuseppe Mazzotti e l’opera di formazione rivolta con particolare attenzione al mondo giovanile. Tralasciando di elencare – in quanto sono ben noti i titoli e le materie delle sue molte realizzazioni, nonché i riconoscimenti ottenuti in Italia e all’estero – ci sembra significativo ricordare il Premio Internazionale Kalinga, conferitogli dall’Unesco per la divulgazione scientifica.

Ma un’ulteriore merito del tutto particolare, di cui Piero Angela è portatore e depositario – e che è sempre meno frequente ritrovare, e vuole essere sottolineato da questo “Honoris Causa” – è la sempre presente cortesia del tratto, segnato da un attento rispetto per l’interlocutore: doti di alta valenza didattica, che, nel delicato ruolo che egli svolge, definiscono un modo di pensare e di porsi che acuisce il desiderio dell’incontro e la gratitudine per il suo essere sempre disponibile a realizzarlo e di consentirne il ripetersi.”

Poeta

 

Della sua poesia Montale scrisse: “una poesia inventariale che suggestiona potentemente e agisce come una droga sull’intelletto giudicante del lettore”.

 

Andrea Zanzotto nasce a Pieve di Soligo (TV) il 10 ottobre 1921. Dopo l’infanzia e l’adolescenza trascorse sotto il regime fascista – cui il padre, pittore e decoratore, si oppose da subito – partecipa alla Resistenza veneta dalla fine del 1943 al 1945. Durante la guerra, comincia un’attività precaria di insegnamento, laureandosi in lettere nel 1942 a Padova. Emigra in Svizzera tra il 1946 e il 1947; rientrato in Italia, riprende la sua attività d’insegnante in diverse scuole del Veneto.
Di questi anni è l’elaborazione della prima raccolta di poesie, “Dietro il paesaggio”, per la quale riceverà nel 1951 il prestigioso Premio Letterario San Babila, e che nello stesso anno sarà pubblicata da Mondadori. A partire da questo periodo il poeta cade in una forte crisi psicologica, con la quale lotterà nel corso di molti anni.

Nel 1954, su sollecitazione di Vittorio Sereni, pubblica “Elegia e altri versi”. Pur essendo in contatto fin dai tempi della frequentazione dell’Università con diversi intellettuali, tra cui Diego Valeri, Silvio Guarnieri, Gianfranco Folena, Fernando Bandini, Pier Vincenzo Mengaldo, Andrea Zanzotto non si trasferirà mai a Padova preferendo la vita tra le sue colline di Pieve di Soligo e rinunciando alla carriera universitaria. Collabora, invece, con alcune prestigiose riviste letterarie, tra cui Comunità, La Fiera Letteraria, Paragone, Il Verri, mentre continua la sua intensa attività poetica: nel 1957 esce presso Mondadori “Vocativo”; del 1962 è il volume “IX Ecloghe”; nel 1968 “La Beltà”, presentato a Roma da Pier Paolo Pasolini e a Milano da Franco Fortini; nel 1973 la raccolta di poesie “Pasque”, e l’antologia “Poesie” (1938-1972), curata da Stefano Agosti. Nel 1959 il poeta sposa Marisa Michieli, conosciuta qualche anno prima, da cui avrà ha due figli, Giovanni e Fabio.

Nel 1974 la rivista “Studi novecenteschi” dedica a Zanzotto un numero monografico. La crescente fama dei suoi libri di poesia e delle sue traduzioni (da Georges Bataille a Michel Leiris, da Pierre Francastel a Honorè de Balzac) si accompagna all’amicizia di poeti e critici italiani (i citati Fortini e Pasolini, ma anche Vittorio Sereni, Giovanni Giudici, Giorgio Orelli) e alla conoscenza diretta di intellettuali di respiro internazionale (tra cui Ernst Bloch, Julien Green, Wolfgang Hildesheimer). Nel 1976 viene pubblicato “Filò”, cui seguiranno “Il galateo in Bosco” (1978), “Fosfeni” (1983) e “Idioma” (1986): di queste raccolte, dal 1994 al 1997, compose anche un adattamento per musica con il compositore Mirco De Stefani.

Collabora anche con Federico Fellini in “Casanova” (1976), “La città delle donne” (1980) e “E la nave va” (1983).

Nel 1999 (in prima edizione, cui seguirà la seconda nel 2003) con introduzione di  Stefano Agosti, che ne cura il saggio introduttivo, la casa editrice Mondadori dedica  uno dei Meridiani all’opera complessiva delle Poesie di Andrea Zanzotto.

Nel 2003 il compositore Claudio Ambrosini compone il “Trittico da concerto dai Filò di Zanzotto”, per quartetto vocale femminile e pianoforte, eseguito in prima assoluta all’Università di Venezia nella primavera del 2004. Nel 2007 la casa editrice Nottetempo di Roma pubblica una lunga intervista al poeta dal titolo “Eterna riabilitazione da un trauma di cui non si conosce la natura”.  Del 2008, l’editore Manni di Lecce, ripubblica “Sull’altopiano – Racconti e prose (1942 – 1954)” con un’appendice di inediti giovanili.

Andrea Zanzotto muore il 18 gennaio 2011 una settimana dopo aver compiuto novant’anni.

Numerosi i premi ricevuti, tra i quali il Premio Viareggio (1979), il Premio Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei (1987) e nel 1993 il premio europeo Città di Münster, e le onorificenze, Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana (1996) e Medaglia d’oro ai Benemeriti della cultura e dell’arte (2001).

 

MOTIVAZIONE

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione “Premio Letterario Giuseppe Mazzotti” a conclusione dell’anno centenario della nascita di Giuseppe Mazzotti, con il parere unanime della Giuria del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI”, ha deciso di assegnare il Premio “HONORIS CAUSA” ad ANDREA ZANZOTTO, con la seguente motivazione:

“I molti riconoscimenti ricevuti e i costanti apprezzamenti della critica e dei lettori hanno ormai collocato l’opera poetica di Andrea Zanzotto in una posizione assai eminente nell’ambito della letteratura italiana. La nostra Associazione ha tuttavia rilevato che questa particolare qualità artistica si è sempre associata ad una grande sensibilità per il paesaggio, l’ambiente e più in generale il contesto naturale e antropico che ci circonda. Erano queste le attenzioni e le preoccupazioni su cui fin dall’inizio si sono sviluppate l’amicizia e l’intesa tra il poeta, Giuseppe e Nerina Mazzotti. Dalle prime composizioni del 1951 contenute nella raccolta Dietro il paesaggio, quando la modernità non aveva ancora avviato la sua azione eversiva nei confronti del territorio, fino alla più recente produzione in versi e in prosa, appare costante la tensione di Andrea Zanzotto nei riguardi del contesto che raccoglie le nostre memorie, che consente le nostre relazioni, che conforta le nostre esistenze. Questo sentimento è diventato sempre più doloroso negli anni al crescere delle trasformazioni e delle distruzioni, avvertite come una lacerazione personale, come una offesa insopportabile. Andrea Zanzotto ha allora iniziato una continua, determinata, strenua battaglia per difendere dalla minaccia ogni lacerto di natura, ogni profilo di collina, ogni veduta panoramica, sicuro che quella era anche una scelta in favore degli uomini e delle donne dell’oggi e del domani. È questa testimonianza umana che la nostra Associazione, composta in larga parte da conterranei e contemporanei di Andrea Zanzotto, intende evidenziare con la solennità di un premio d’onore dato alla coerenza e all’onestà della produzione letteraria e della presenza civile. Non senza un commosso ringraziamento al Poeta che con le sue parole ha sempre denunciato il pericolo dell’imbarbarimento e insieme nutrito la speranza nella consapevolezza e nella responsabilità.”

 

Climatologo

 

“Quando andrò in pensione, sarò orgoglioso di aver partecipato alle attività delle organizzazioni scientifiche internazionali, nonostante tutte le difficoltà incontrate. Anche se sono povero materialmente, mi considero un uomo ricco dal punto di vista intellettuale perché, come risultato di tutto questo lavoro, sono diventato un’autorità nel campo dell’ambiente, del clima e di tutto ciò che la società deve fare per mantenerli datori di vita”.

“Sii più sobrio, sii più solidale. O almeno provaci. E Madre Natura te ne sarà grata”.

 

Richard Samson Odingo, nasce in Kenya dove completa la sua formazione scolastica fino agli studi secondari. Nel 1960 si è iscrive all’Università di Londra dove si è laurea a pieni voti, ottenendo una borsa di studio presso l’Università di Liverpool per un dottorato, che ha conseguirà tre anni dopo “maxima cum laude”.

Tornato in Kenya, dopo essersi sposato con Alice Odingo, inizia il suo percorso di docente presso l’Università di Nairobi, quale Ordinario di Climatologia; Odingo è decano degli studi di climatologia africani.

L’attività di ricerca sul clima del continente africano portano Odingo e i suoi assistenti a denunciare le pesanti conseguenze di scriteriate scelte politiche, volte ad attirare il maggior numero di multinazionali con la concessione di agevolazioni per produzioni industriali, senza considerarne i danni per l’ambiente e il clima della nazione. I suoi studi e i suoi appelli per la salvaguardia dell’atmosfera e della purezza del clima del continente, dunque, gli attireranno ben presto le reazioni e il malcontento sia delle forze politiche locali che delle nazioni straniere, che hanno visto in Odingo un ostacolo al perseguimento indisturbato dei loro interessi e delle loro imprese economiche.

Grazie anche all’apporto delle ricerche, il 1972 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite “Anno dell’Ambiente”; è stato istituito lo United Nations Environmental Program (Programma delle Nazioni Unite sull’Ambiente) con sede a Nairobi; il World Meteorological Organization, WMO (L’organizzazione Mondiale Meteorologica) ha ricevuto un decisivo impulso ad approfondire i monitoraggi e gli studi sul surriscaldamento dell’atmosfera e le sue conseguenze sulla vita, sull’agricoltura, sulle malattie.

Il progetto che ha portato Odingo alla ribalta nella lotta per la salvaguardia dell’atmosfera è stato lo studio sulla siccità nel continente africano, specialmente nel sud del Sahara, ormai quasi regolare e non più saltuaria come nel passato. I tre volumi pubblicati alla fine dello studio, dal titolo “Nature Pleads not Guilty” (La Natura non è colpevole, 1992), fanno notare come “anche se la natura stessa può avere una certa colpa nei cambiamenti climatici, tuttavia la colpa maggiore si deve alle azioni dell’uomo che interferisce con le leggi della natura, inducendo molto più numerosi, e molto più frequenti cambiamenti ambientali”. Da quel momento, le problematiche legate ad ambiente, clima e conseguenze sulla vita terrestre, sono divenute mondiali.

Per la forte determinazione nella difesa del clima del continente africano nel 2002 Richard Samson Odingo è stato eletto vicepresidente dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), foro scientifico delle Nazioni Unite per l’analisi e lo studio del cambiamento climatico.

Numerosi sono stati anche altri contributi nazionali e internazionali che il climatologo ha offerto: nella Commissione per le attività riguardanti i cambiamenti climatici nazionali (NCCACC) Kenya Interministerial Committee, in veste di co-presidente; nella Commissione Internazionale per Consigli riguardanti lo Sviluppo Sostenibile; presso i Battle North West Pacific Laboratories   (Dipartimento per l’Energia, US, Washington DC e Washington Seattle, USA); nella Commissione editoriale della Rivista Internazionale delle Strategie e della Gestione dei Cambiamenti Climatici.

Nel dicembre 2007, ex aequo con Al Gore, riceve il Premio Nobel per l’eccellenza delle sue ricerche scientifiche e l’infaticabile lavoro sul tema dei mutamenti climatici e in particolare per le ricerche e i suggerimenti di provvedimenti per la correzione delle azioni inquinanti delle nazioni africane e degli altri continenti.

 

MOTIVAZIONE

 “Per il suo contributo alla comprensione dei cambiamenti climatici e per il suo appello al senso dell’urgenza in grado di vincere la febbre del pianeta e mettere in moto i grandi cambiamenti che il genere umano e la società moderna sono capaci di generare nei momenti di crisi in modo da ripartire verso uno sviluppo sostenibile, sano e duraturo con una Green Economy, il Consiglio Direttivo dell’Associazione “Premio Letterario Giuseppe Mazzotti” conferisce il Premio “Honoris Causa” a Richard Samson Odingo,  fino al 2008 Vice Presidente dell’IPCC, decano degli studiosi africani di climatologia, docente all’Università di Nairobi (Kenya) che, dalla terra che fu culla dell’umanità e tappa d’avvio della lunga marcia dell’Homo sapiens sapiens, ha studiato le cause della siccità in Africa non più saltuaria come nel passato ma ormai regolare; ha lanciato più volte il suo grido d’allarme in difesa dell’ambiente del Kenya, del continente africano e del pianeta, con determinazione ma non con atteggiamento bellicoso, con prove scientifiche ma non con posizioni demagogiche, con dialogo ma non con condanna, con forza di convinzioni ma non cocciutaggine cieca.”