Fondatrice e presidente onoraria del Fondo per l’Ambiente Italiano (FAI)

 

“Fin da bambina amavo passeggiare alla Zelata, una frazione di Bereguardo, dove la mia famiglia aveva una tenuta di 350 ettari coltivata a riso, le Cascine Orsine. Amavo ascoltare a primavera il canto delle rane, passeggiando tra i boschi. Ed ogni anno rimanevo sgomenta: una certa sera, alla fine di maggio, il gracidare delle rane si interrompeva perché i fattori buttavano il diserbante per il riso che uccideva anche queste creature”.

Giulia Maria Mozzoni Crespi, nasce a Merate, in provincia di Lecco il 6 giugno 1923. Erede di una grande e antica famiglia di imprenditori lombarda, sin da giovane dimostra sensibilità e interesse nei confronti delle situazioni di difficoltà: fino al 1960 si occupa dell’Associazione Ape Laboriosa per i bambini delle periferie di Milano; dopo la seconda guerra mondiale opera con la Fondazione Crespi Morbio a Sesto San Giovanni per le famiglie numerose; contemporaneamente e sino al 1970, collabora con l’Opera San Francesco per i poveri dei frati cappuccini di Viale Piave a Milano.

Dal 1960 al 1974 lavora nel Consiglio di Amministrazione del Corriere della Sera, prima come responsabile della linea bilanci e successivamente della gestione editoriale.

Tra 1965 e il 1975 collabora con Italia Nostra come Consigliere della Sezione di Milano, fondando il Settore Giovani Educazione Ambiente, nel cui ambito organizza corsi di aggiornamento per docenti e studenti. Con Italia Nostra, è tra i promotori del progetto italiano di riforestazione urbana Boscoincittà, avviato nel 1974 su un’area abbandonata e che oggi si estende su una superficie totale di 110 ettari nella periferia ovest di Milano. Successivamente passa al Consiglio Nazionale di Italia Nostra e, contemporaneamente, nel Consiglio di Europa Nostra, federazione pan-europea nata per diffondere e conservare il patrimonio culturale del vecchio continente.

Nel 1974, assieme a Renato Bazzoni e Franco Russoli fonda il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano – nato da un’idea di Elena Croce ed ispiratasi al National Trust inglese, attivo dal 1895. È un’esperienza che, nata dall’entusiasmo di pochi con l’intento di contribuire alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio artistico e ambientale italiano, diviene negli anni una missione appassionante che riporta in vita tante meraviglie nazionali, offrendole all’ammirazione del pubblico. Diffusosi su tutto il territorio nazionale, il FAI promuove innumerevoli interventi di tutela, acquisizioni, collaborazioni con importanti istituzioni internazionali, ma soprattutto mira a far nascere una diversa coscienza nei confronti dell’arte e della natura in un Paese che troppo spesso trascura il proprio patrimonio. Oggi è Presidente Onoraria della Fondazione.

Dal 1974 Giulia Maria Crespi conduce con il figlio l’Azienda Agricola Cascine Orsine, situata nel Parco Naturale del Ticino, a Bereguardo, in provincia di Pavia: qui, introduce l’innovativo metodo dell’agricoltura biodinamica, senza uso di pesticidi, diserbanti e concimi chimici di sintesi. Nel 1978 entra nel Consiglio dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica fondata nel 1947 per promuovere questa pratica agricola rispettosa dell’ambiente contribuire al disinquinamento della terra, favorire il consumo di cibo sano, preservare la preziosa risorsa dell’acqua.

Impegnata da sempre, assieme alle altre Associazioni protezionistiche, per la tutela e la difesa del patrimonio artistico, storico e paesaggistico italiano, rivolge un’attenzione particolare per l’agricoltura in Italia, cercando di promuovere consapevolezza sull’importanza di questo settore poco considerato dai media italiani e da gran parte della popolazione: considera l’agricoltura come una necessità primaria e garante della sicurezza alimentare e allo stesso tempo della salvaguardia di beni pubblici quali ambiente, paesaggio, presidio del territorio, tutela delle risorse naturali (acqua, terra), contesti naturali indispensabili per un turismo culturale di qualità con conseguente ricaduta positiva sull’occupazione.

Ha ricevuto numerosi riconoscimenti in tutta Italia, tra cui l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine “al merito della Repubblica Italiana” per il notevole impegno civile, sociale e culturale a favore della collettività, e la Laurea honoris causa in Storia dell’Arte dall’Università di Bologna.

 

MOTIVAZIONE

“Per aver dedicato buona parte della propria vita alla tutela del patrimonio storico-artistico e dell’ambiente, nonché all’agricoltura biodinamica già a partire dagli anni Settanta, in un periodo in cui ancora non ci si interrogava – né tanto meno preoccupava – di questi temi.

Era infatti il 1975 quando la signora Mozzoni Crespi pensò di istituire il Fondo Ambiente Italiano (FAI), sul modello del National Trust inglese, un’organizzazione privata con milioni di iscritti che protegge e restaura dimore e monumenti. Oggi il FAI è arrivato a 80 mila soci e ad una quarantina di beni restaurati, in parte regolarmente aperti al pubblico, risultato di un percorso condotto con intuito, passione e grande determinazione e della capacità di coinvolgere gli italiani, trasferendo la consapevolezza che il patrimonio del nostro Paese appartiene a tutti.

Intuitiva e coraggiosa la signora Mozzoni Crespi lo è stata anche quando, nel 1974, ha deciso di adottare l’agricoltura biodinamica nella propria azienda, Le Cascine Orsine, dedita alla produzione di riso. Oggi la tenuta è diventata simbolo e scuola in Italia di questo metodo di coltivazione profondamente rispettoso della terra e dei suoi equilibri.”

SPIRO DALLA PORTA XYDIAS

Alpinista, regista, scrittore e presidente del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna

“Oggi i monti li salgo con la penna, scrivendo. No, non ho mai abbandonato la montagna”

Spiro Dalla Porta Xydias, nato a Losanna nel 1917, si trasferisce giovanissimo a Trieste, dove si laurea in Scienze Politiche: dopo aver insegnato lingua francese alle scuole medie, è stato docente di Culture teatrali all’Università di Trieste e all’Università di Pola.

Da sportivo tecnicamente preparato – campione del Triveneto di singolare e di doppio nel tennis e giocatore di basket in serie A –, il passaggio all’arrampicata è abbastanza naturale. È stato l’ultimo storico rappresentante dei Bruti della Val Rosandra, dove inizia ad arrampicare poco più che ventenne, per fuggire agli orrori del secondo conflitto mondiale ed emulare la mitica figura di Emilio Comici, risposta italiana alle importanti realizzazioni degli alpinisti tedeschi nell’epoca del “sesto grado” (il massimo grado di difficoltà alpinistica ritenuta umanamente superabile).

Le imprese che Dalla Porta Xydias ricorda con maggiore affetto sono quelle al Campanile di Val Montanaia, per lui il simbolo della montagna. Su queste rocce realizza due storiche scalate: nel 1944, la prima invernale degli strapiombi nord del Campanile, e nel 1955, l’ultima parete ancora inviolata, la parete est che Comici aveva tentato di scalare invano. Effettua 107 prime salite e vie nuove e ripete molte classiche di VI grado. Nel 1956 fonda la Stazione di Soccorso Alpino di Trieste, Udine, Pordenone, Maniago, che dirige per oltre dieci anni e per la quale ottiene il Premio Sant’Ambrogio e il Premio Belli di Solidarietà alpina, per il primo salvataggio fatto in Italia con un elicottero. Accademico del Club Alpino Italiano a partire dal 1958, dirige anche la Scuola Nazionale di Alpinismo Ellenica e la scuola di alpinismo del CAI Bologna. Raggiungere la vetta non è mai stato per lui un gesto meramente tecnico o sportivo, ma sempre una questione spirituale, la concretizzazione della ricerca di elevazione insita in ogni uomo.

Accanto alla passione per l’alpinismo, Dalla Porta Xydias coltiva per tutta la vita l’amore per il teatro in qualità di regista. Nell’immediato dopoguerra è tra i fondatori del Teatro Stabile di Trieste, dove cura per anni l’attività di Teatro per i ragazzi e dirige la Scuola di Recitazione. Molti gli spettacoli da lui allestiti in Italia, dirigendo grandi attori come Paola Borboni, Edgardo Siroli, Gian Maria Volonté. Collabora con il Dramma Italiano di Fiume, unico Stabile italiano esistente fuori dei confini della Repubblica Italiana di lingua italiana con l’allestimento di quindici spettacoli. Sempre a Trieste fonda nel 1975 Teatro Incontro, associazione teatrale amatoriale. Ha pubblicato cinquanta opere, di cui 43 dedicate alla montagna e all’alpinismo (narrativa biografica, monografie, romanzi, libri storici). Ha vinto vari premi nazionali, come il Premio Cortina, Premio Virgilio, Bancarella Sport, Sport e Cultura, L’Adige, Marcolin, Una vetta per la vita, Insegna di San Bernardo e, recentemente, Montagna Italia, Alpinia alla carriera e Premio Montagne Olimpiche assegnato al Festival di Sestriere nell’agosto 2011, insieme alla medaglia offerta dalla Camera dei deputati.

Ha collaborato intensamente con diversi quotidiani (Il Piccolo, Il Messaggero Veneto, Il Gazzettino) e con le più importanti riviste specializzate italiane ed estere. Attualmente è direttore editoriale del bimestrale Alpinismo Triestino. Per vent’anni ha ricoperto la carica presidente nazionale del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna (fondato nel 1929). Inoltre, è stato consigliere centrale del CAI, Presidente dell’Associazione XXX Ottobre, della Sezione del CAI Trieste e del Club Alpino Accademico Italiano Gruppo Orientale. Nel 2002 fu nominato Socio Onorario del CAI e nel 2004 cittadino onorario di Cimolais. Insignito dell’Ordine del Cardo, è membro emerito per il Soccorso Alpino. Nel 2006 gli fu inoltre conferito il sigillo trecentesco della città di Trieste.

Spiro Dalla Porta Xydias è morto, sulla soglia dei cento anni, il 18 gennaio 2017.

 

ARMANDO ASTE

Alpinista, Accademico e Socio onorario del Club Alpino Italiano

Armando Aste nasce ad Isera (TN) nel 1926. Inizia ad arrampicare sulle pendici del Monte Biaena a 22 anni, dopo il lavoro come operaio della Manifattura Tabacchi a Rovereto. La travolgente passione per la roccia comincia da autodidatta: la sua prima salita, nel 1947, è sul Baffelan, per la Via del Pilastro, nelle Piccole Dolomiti vicentine. Iscritto alla SAT di Rovereto sin dagli anni Quaranta, si rivela ben presto uno dei maggiori esponenti dell’alpinismo europeo del dopoguerra e protagonista assoluto dell’epoca delle direttissime, delle solitarie (di cui fu da subito grande appassionato) e delle invernali. Le innumerevoli ascensioni compiute sulle Dolomiti, che hanno rappresentato l’evoluzione dall’arrampicata classica a quella moderna, lo fanno entrare nella leggenda e nella storia dell’alpinismo. È lui il primo a portare il grande alpinismo invernale sul Civetta e sulle Dolomiti con la prima invernale della Via Carlesso – Sandri alla Torre Trieste, compiuta con Angelo Miorandi.

Realizza l’apertura di nuove vie di estrema difficoltà e di grande eleganza, privilegiando l’arrampicata libera: Via Concordia alla Cima d’Ambièz nel 1955 con Angelo Miorandi, Josve Aiazzi e Andrea Oggioni; Gran Diedro del Crozzon di Brenta con Milo Navasa; Spigolo Nordest dello Spiz d’Agner Nord; Via dell’Ideale alla Marmolada d’Ombretta nel 1964 con Franco Solina, “la più grande e bella salita di pura roccia delle Alpi”, dopo aver superato per la prima volta le lisce placche che caratterizzano la parete; Via della Canna d’organo alla parete Sud della Marmolada di Rocca nel 1965 con Solina.

Due momenti salienti vanno ricordati nella sua lunga carriera: la partecipazione alla spedizione monzese alle Torres del Paine, in Patagonia, e la mitica prima salita italiana della parete nord dell’Eiger, realizzata nell’agosto 1962 con Franco Solina, Romano Perego, Andrea Mellano, Gildo Airoldi e Pierlorenzo Acquistapace. Accademico e Socio onorario del Club Alpino Italiano e della Giovane Montagna, socio del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, Aste è insignito anche delle prestigiose onorificenze di Cavaliere e Ufficiale della Repubblica e di Azzurro d’Italia sotto la presidenza di Fiorenzo Magni.

Fautore di un alpinismo ascetico, vissuto come cammino volto a migliorare sé stesso, l’alpinista trentino ha sempre apertamente professato la sua forte fede cristiana. Sono famosi i ripetuti bivacchi delle sue ascensioni, vissuti come momenti di comunione con la montagna e prolungamento del piacere della salita. Alle doti fisiche sorrette dalla tenacia e dalla volontà, Aste si è da sempre distinto per modestia, altruismo e disponibilità, valori praticati in modo esemplare, con grande umanità, nella convinta adesione al messaggio cristiano.

La sua vicenda umana e alpinistica è raccontata nei volumi, Cuore di roccia (Manfrini Stampatori, 1988), I Pilastri del cielo (Nordpress, 2000), Alpinismo epistolare – Testimonianze (Nuovi Sentieri Editore, 2011) e Commiato – Riflessioni conclusive di un alpinista dilettante in congedo (Nuovi Sentieri, 2013), insieme all’ultimo lavoro, Pensieri di un alpinista.

 

MOTIVAZIONE

“Nel nome dell’amore per la montagna di Bepi Mazzotti, il Premio che porta il suo nome onora due giganti dell’alpinismo italiano: il trentino Armando Aste, classe 1926, e il triestino Spiro Dalla Porta Xydias, novantasettenne. Due personalità forti e distinte, ma accomunate da una visione della scalata come ascese. Aste che mai dimenticò che sopra i monti c’è il cielo, la vetta più importante da raggiungere. Dalla Porta Xydias convinto che l’arrampicata offre la possibilità di elevarsi dalle miserie del quotidiano.

In questo spirito hanno tracciato nuove vie, raggiunto cime dolomitiche e andine, avendo nella mente e nell’animo gli insegnamenti del mitico Emilio Comici, nella profonda convinzione che l’alpinismo, prima di essere una coraggiosa impresa sportiva, è un’arte da esercitare come Dio comanda, nell’umiltà del confronto con la natura, mettendo alla prova la propria fede.

Entrambi sulla montagna hanno scritto opere indimenticabili, e fornito testimonianze e rappresentazioni. Si onora in loro un ideale di alpinismo puro, oggi a volte mortificato da una visione del mondo riduttiva, legata alla competizione più che alla bellezza e all’amore per la montagna.

Scrittrice e ambientalista

Kuki Gallmann nasce a Treviso nel 1943: è figlia dello scrittore, medico, esploratore e archeologo trevigiano Cino Boccazzi. Dopo un matrimonio giovanile di breve durata, tra il 1970 e il 1972 si trasferisce in Kenya al seguito del secondo marito, Paolo Gallmann, di origine svizzera, esperto di agraria, con il quale condivide la grande passione per l’Africa. Insieme acquistano la tenuta di Ol Ari Nyiro, che diventerà la loro casa, nella contea di Laikipia, territorio che dal monte Kenya giunge all’orlo della grande Rift Valley, luogo amato da Lord Delamere, aristocratico esploratore inglese dei primi anni del Novecento. Ol Ari Nyiro è un ranch di 400 chilometri quadrati, che si estende su colline, gole e pianure, famoso per l’abbondanza di animali selvatici e la varietà dei paesaggi, dalla savana alla boscaglia, dalla foresta alle pareti rocciose.

Dopo i primi anni africani, vissuti felicemente alla scoperta di un nuovo mondo, degli animali e delle loro abitudini, degli indigeni e della loro lingua, segue un periodo di grande sofferenza segnato prima dalla morte del marito nel 1980 in un incidente d’auto sulla strada verso Mombasa e tre anni dopo, dalla morte del primo figlio Emanuele, morso da un serpente. Ritrovato il coraggio di vivere, la Gallmann decide di continuare a vivere in Africa, con la figlia Sveva, nella la terra tanto amata dai suoi cari. In loro memoria dà vita alla Gallmann Memorial Foundation con lo scopo di proteggere l’ambiente naturale, rispettare e conservare le tradizioni locali, alla ricerca di un equilibrio armonioso con le tecniche innovative. Ol Ari Nyiro è oggi un polmone verde incontaminato nell’Africa sempre più cementificata, un’oasi di biodiversità vegetale e animale (più di 470 specie di uccelli e molti altri animali, anche in via di estinzione quali il rinoceronte nero e gli elefanti); è luogo di incontro, studio e ricerca per botanici, etnologi e zoologi, veterinari ed erboristi; è un territorio che conserva e promuove il patrimonio culturale e l’identità delle popolazioni indigene, attraverso il Centro d’arte e artigianato, (dove si tramandano le tecniche tradizionali di lavorazione di pelli, cotone, lana, semi colorati, zucche, legno, cortecce, radici)  e una piccola Scuola per tramandare la Medicina delle erbe, secondo l’uso tradizionale di semi, baccelli, cortecce d’albero e piante a scopi terapeutici.

Kuki Gallmann da anni si batte coraggiosamente contro la caccia di frodo e il bracconaggio, che, in un contesto segnato da carestie e povertà , rimane ancora una delle più facili e fruttuose fonti di reddito, nonostante leggi e divieti. La sua è una battaglia per la conservazione dell’ambiente, per la tutela degli animali selvatici, in particolare gli elefanti, e per un sistema sostenibile, pensando alle generazioni future. Del suo amore per questa terra e delle sue battaglie Kuki Gallmann, ci racconta nei suoi libri: “Notti africane”, “Il colore del vento”, “Elefanti in giardino” e “La notte da leoni”, oltre ad un libro interamente dedicato al Kenya, “Sognavo l’Africa”, dal quale è stato tratto il film omonimo, nel 1998, con la regia di Hugues Hudison e interpretato da Kim Basinger e Vincent Perez.

Nell’aprile 2017 viene ferita molto gravemente in un’imboscata all’interno della sua tenuta, divenuta ultimamente epicentro di una lotta violenta, che contrappone proprietari di terreni privati e i pastori semi nomadi che invadono le proprietà distruggendo l’ambiente per impossessarsi delle risorse naturali.

 

MOTIVAZIONE

“La città di Treviso, il Veneto, l’Italia sono orgogliose per aver dato i natali alla signora Kuki Gallmann che dalle sue origini ha ricavato l’essenza dello spirito d’amore, l’intelligenza e la curiosità per aprirsi al Vasto mondo, con le sue meraviglie di natura e di cultura. Una donna messa alla prova dalla sofferenza e dal confronto tra i popoli e dalla tenace volontà di rispettare il creato, radicandosi in terra africana e dimostrando straordinarie capacità di persistenza, sorrette dai più nobili sentimenti, con generosa disponibilità di adattamento in favore della comunità, locale e universale.

Brillante scrittrice, eccellente  naturalista, coraggiosa innovatrice ha saputo unire l’esigenza della tradizione e il bisogno di realizzare concrete iniziative di istruzione, di artigianato creativo, di medicina tradizionale, di conoscenza e sostegno all’ambiente secondo l’anima dei luoghi dove Opera  ispirandosi anche alla memoria del padre Cino Boccazzi, che di tutte queste esperienze ha saputo essere partecipe condividendo con Bepi Mazzotti  l’amicizia, la convivialità,  l’ardimento, l’amore per la bellezza e il fascino della ricerca.

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione “Premio Letterario Giuseppe Mazzotti”, con il parere unanime della Giuria del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI”, per il tenace, instancabile, coraggioso impegno, le molteplici iniziative e attività promosse a tutela dell’ambiente naturale nell’ambito della vasta tenuta di Ol Ari Nyiro nella Contea di Laikipia, nonché a favore delle comunità locali, tramite la “Gallmann Memorial Foundation” da Lei costituita, conferisce alla scrittrice e ambientalista, Kuki Gallmann, il Premio “Honoris Causa” 2017, giusto nel contesto della XXXV edizione del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI”.”

Fondatore e Presidente dell’Associazione “Libera”

Nasce nel 1945 a Pieve di Cadore (Belluno) ed emigra con la famiglia a Torino nel 1950. Nel 1965 promuove un gruppo di impegno giovanile, che prenderà il nome di Gruppo Abele, con il quale opererà prima all’interno degli istituti di pena minorili e successivamente darà vita alle prime comunità per adolescenti alternative al carcere.

Terminati gli studi presso il seminario di Rivoli (Torino), nel 1972 viene ordinato sacerdote dal cardinale Michele Pellegrino, che gli affiderà come parrocchia la “strada, che per don Ciotti e per il Gruppo Abele, diventerà il luogo non dell’insegnamento, ma dell’apprendimento,

Nel 1973 il Gruppo Abele apre il primo Centro di accoglienza per tossicodipendenti, promuovendo una battaglia politica e culturale contro la criminalizzazione e reclusione delle persone consumatrici di droga, che porterà all’approvazione della legge 685 (1975). Ma l’attenzione di don Ciotti è rivolta alle situazioni di emarginazione in senso lato, con un particolare approccio al disagio mai solo “solidaristico”, ma dove la dimensione dell’accoglienza si accompagna all’attività culturale e alla proposta politica. Tuttora il Gruppo Abele promuove oltre 50 attività: servizi di accoglienza, mediazione dei conflitti, reinserimento sociale attraverso cooperative di lavoro; progetti educativi (nelle scuole, con le famiglie, con minori stranieri); iniziative culturali (una casa editrice, una libreria, due riviste, un centro studi, l’Università della Strada per la formazione degli operatori). È attivo nel campo del contrasto alle dipendenze (droghe e alcolismo), alla tratta degli esseri umani e alla prostituzione e nella cooperazione internazionale in Costa d’Avorio e in Messico.

Convinto che solo il “noi” possa determinare un cambiamento sociale, nel 1982 don Ciotti contribuisce alla nascita del Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza (CNCA) – che  presiederà per dieci anni – e nel 1986 partecipa alla fondazione della Lega Italiana per la Lotta all’AIDS (LILA), in difesa dei diritti delle persone sieropositive. Nel marzo 1991 viene nominato Garante alla Conferenza mondiale sull’AIDS di Firenze, e nel marzo 1995 presiede la IV Conferenza mondiale sulle politiche di riduzione del danno in materia di droga.

Sulla scia dell’impegno contro la droga, dopo le stragi di Capaci e Via d’Amelio nell’estate del 1992, fonda “Narcomafie” – mensile d’informazione e analisi sui fenomeni mafiosi e le loro diramazioni politico-economiche – e nel 1995 l’associazione “Libera”, oggi punto di riferimento per oltre 1600 realtà impegnate contro le mafie e la corruzione. Nel 1996 Libera promuove la raccolta di 1 milione di firme per l’approvazione della legge sull’uso sociale dei beni confiscati, e oggi sostiene diverse cooperative di giovani che lavorano sui terreni appartenuti ai mafiosi. Nel febbraio e nell’aprile 2009 don Ciotti viene chiamato in Messico, per portare l’esperienza di Libera in un paese profondamente segnato dalla violenza del narcotraffico e dalla corruzione.

L’attività di Libera aspira a saldare la dimensione educativa (percorsi nelle scuole e convenzioni con il 70% delle università) con quella sociale (cooperative di lavoro, servizi per le fasce deboli, impegno nelle carceri minorili) e culturale (informazione, ricerca e analisi). Si avvale del contributo e della testimonianza di centinaia di famigliari delle vittime, impegnati nelle scuole e nelle carceri minorili, e promuove con loro ogni 21 marzo la Giornata della memoria e dell’impegno, oggi riconosciuta dallo Stato. La rete di Libera si estende anche fuori dall’Italia: suoi presidi sono presenti in Europa, in America Latina, in Africa, in Australia.

Il 1° luglio 1998 ha ricevuto dall’Università di Bologna una laurea honoris causa in Scienze dell’educazione, il 15 giugno 2006 dall’Università di Foggia una in Giurisprudenza, e il 4 dicembre 2014 dall’Università Statale di Milano una in Comunicazione pubblica e d’impresa.

 

MOTIVAZIONE

“Il Consiglio Direttivo, con il parere unanime della Giuria del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI”, per il suo appassionato, tenace, coraggioso impegno nei confronti degli ultimi e degli emarginati e per un cambiamento culturale, sociale ed etico finalizzato alla scomparsa di ogni genere di malaffare, di illegalità e di ingiustizia, nonché per la sua particolare attenzione ed efficace coerente responsabile azione rivolta alla difesa dell’ambiente e del paesaggio gravemente minacciati dall’inquinamento, dalla cementificazione selvaggia, dalle discariche abusive  e quant’altro che lo avvicinano alle battaglie condotte su tali fronti anche da Giuseppe Mazzotti, conferisce il Premio “Honoris Causa” 2018 a Don Luigi Ciotti.

Nato tra i monti del Cadore, tanto cari a Bepi Mazzotti, si è impegnato in particolare nella tutela dell’ambiente alpino battendosi per l’istituzione di un Parco nel Gruppo delle Marmarole e del Sorapis, così pure si è speso nella divulgazione e promozione dei principi ispiratori e dei contenuti richiamati nella recente enciclica papale “Laudato Sì” con interventi significativi al 100° Congresso Nazionale del Club AIpino Italiano a Firenze ed al 65° Trento Film Festival.”

Alpinista e scrittrice

“La signora degli Ottomila”

 

 

“Sono solo un’alpinista, però con l’apostrofo. Quell’apostrofo è la mia bandierina di donna che faccio sventolare lassù”.

Nives Meroi, classe 1961, bergamasca d’origine ma friulana d’adozione, si è avvicinata all’alpinismo intorno ai 15 anni, e a 17 ha iniziato a salire le prime vie. A 19 anni ha incontrato Romano Benet, che da quel momento è diventato il suo insostituibile compagno di cordata e poi anche di vita.

Nella loro carriera hanno percorso alcune fra le vie più difficili delle Alpi, rendendosi protagonisti di imprese come la prima invernale al Pilastro Piussi alla parete nord del Piccolo Mangart di Coritenza e quella alla Cengia degli Dei, sullo Jof Fuart.

Col tempo il loro amore per la montagna li ha spinti ad esplorare orizzonti sempre più lontani, a spingersi dove l’aria è rarefatta e, come dice Nives, “Ogni passo diventa uno sforzo di volontà”.

Il loro è un alpinismo leggero e pulito, senza l’ausilio di bombole d’ossigeno, climbing sherpa e campi prefissati. Ande, Himalaya, Karakorum. Un percorso fatto di grandi successi, come la salita, nel 2003, di tre Ottomila in soli venti giorni (Gasherbrum II, Gasherbrum I, Broad Peak), seconda cordata al mondo a realizzare quest’impresa e Nives, prima donna in assoluto. Oppure il loro “K in 2”, salito e disceso in cinque giorni, in completa solitudine. E ancora l’Everest, il Tetto del Mondo, scalato anch’esso senza ossigeno né climbing sherpa. E poi Lhotze, il Kangchenjunga… fino alla cima del Makalu, il 12 maggio 2016.

Sono quattordici i Giganti della Terra che Nives e Romano hanno salito fino ad ora. L’11 maggio 2017 hanno toccato la cima dell’Annapurna (8.091 metri). Meroi e Benet sono così la prima coppia al mondo ad aver scalato in cordata tutti i quattordici 8 mila metri, senza ossigeno e climbing sherpa, insieme, un passo dopo l’altro: il cammino di due solitudini unite in coppia verso la cima.

Nives e Romano vivono l’alpinismo come stile di vita e per loro forza di volontà, passione e umiltà sono i valori che portano al successo, mentre ogni sconfitta alimenta la loro voglia di ricominciare. Perché a Nives, più che il risultato, è sempre interessata l’esperienza, l’esplorazione di se stessi in contesti diversi: “Il gusto della scoperta – ricorda – non è un piacere ormai perduto: basta girare l’angolo per «vedere l’altra faccia, quella nascosta e dimenticata della montagna”.

All’inizio del 2019 è stato pubblicato il suo libro “Il volo del corvo timido” (Rizzoli Editore), in cui racconta l’ascensione dell’Annapurna, una montagna difficile che per lei e per Romano Benet segna la conclusione di una fatica durata vent’anni.

 

MOTIVAZIONE:

Formidabile alpinista, scrittrice introspettiva, musa di bellezza sempre riscontrabile nelle sue tracce e nei suoi pensieri. La sua vita dimostra come una fuori classe può essere conscia dei limiti anche nel compiere imprese quali il salire i quattordici ottomila della Terra senza dimenticare umanità ed affetti.

Donna unica nel saper rinunciare agli exploit valorizzando il rapporto coniugale tanto da poter affermare alla ripresa dell’attività alpinistica che in vetta adesso ci si arriva in tre, pensando all’anonimo donatore di midollo osseo essenziale per la guarigione del marito, Romano Benet.