Ordinario nell’Università di Roma – Accademico dei Lincei

 

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Entomologo, speleologo ed ecologo

Nasce a Vado Ligure il 9 ottobre 1918 e si trasferisce all’età di due anni a Brescia; negli anni degli studi conosce e frequenta Corrado Allegretti, Leonida Boldori e il suo maestro Gian Maria Ghidini. A cavallo della seconda guerra mondiale, esplora e descrive un gran numero di grotte del bresciano. Conosce e collabora con i maestri francesi della speleologia e della biospeleologia, quali Norbert Casteret e René Jeannel. Laureatosi in Scienze Naturali nel 1943 all’Università di Pavia, svolgerà presso questo Ateneo la sua intera carriera universitaria come professore di Entomologia, fondandovi l’Istituto di Entomologia nel 1964. Le sue scoperte nel settore dei veleni animali e delle secrezioni chimiche degli artropodi hanno generato nuovi filoni di intense attività scientifiche in tutto il mondo da parte di innumerevoli scienziati: ha isolato ed esaminato almeno 15 sostanze biologicamente attive, prima fra tutte la Pederina, entrata nella pratica terapeutica in Africa e in America per la cura di piaghe da decubito e ulcere di varia natura.

Negli anni 50 ha inizio la sua collaborazione con il Corpo Forestale dello Stato, che affianca inizialmente per il supporto scientifico a progetti specifici quali il trapianto di nidi di formiche dalle Prealpi all’Appennino pavese e la lotta contro gli insetti dannosi dei boschi: studi e risultati furono poi riconosciuti dall’Organizzazione Internazionale di Lotta Biologica (OILB). Accanto al Corpo forestale ha modo di approfondire la conoscenza del territorio, ma anche di verificare la fragilità degli ecosistemi esposti a svariati rischi di degrado per incuria, inquinamento e speculazione. È a partire da questa esperienza che Pavan comincia ad orientare ricerche e impegno ai problemi dell’ambiente sia a livello nazionale che internazionale. Con l’appoggio dell’Università di Pavia, Pavan offre la sua consulenza alle commissioni parlamentari che porterà a varare la legge sulle Riserve naturali integrali dello Stato: è I’inizio di una nuova politica di gestione del territorio che porterà l’Italia ad avere oltre 250 Riserve naturali dello Stato e delle Regioni. È per la prima Riserva naturale italiana di Sasso Fratino nelle Foreste demaniali Casentinesi, da lui proposta e fatta realizzare, che le 21 Nazioni del Consiglio d’Europa hanno insignito l’Italia dell’ambito e raro Diploma Europeo. Nell’arco di circa vent’anni la sua collaborazione viene più volte richiesta all’estero per l’istituzione di oltre 300 riserve naturali, tra le quali si annoverano il Parco Nazionale del Paramo sulle Ande dell’Ecuador e il Parco Nazionale dell’Oltre Giuba in Somalia.

La sua pluridecennale attività in seno al Consiglio d’Europa, in qualità di presidente del Comitato Europeo per la Salvaguardia della Natura e delle sue Risorse Naturali, ha creato le premesse affinché gli Stati membri adottassero iniziative significative per la salvaguardia dell’ambiente, quali la Carta delle Foreste, la Carta europea del Suolo, la Carta europea dell’Acqua, la Carta sugli Invertebrati e la Carta Ecologica delle Regioni di Montagna in Europa, e costituissero una rete europea di Riserve Biogenetiche.

Per la sua totale dedizione ai gravi problemi che coinvolgono l’ambiente naturale mondiale e i numerosi e prestigiosi incarichi nazionali e internazionali ricoperti, nel 1987, a Mario Pavan viene affidato l’incarico di Ministro dell’Ambiente nel Governo Fanfani: sull’attività svolta ha pubblicato un ampio documentato resoconto.

II Prof. Pavan ha ricevuto all’estero importanti riconoscimenti internazionali e la laurea “honoris causa” per le ricerche biologiche e per azione condotta in vari continenti per la tutela dell’ambiente e della qualità della vita. Muore a Pavia il 16 maggio 2003.

MOTIVAZIONE

Entomologo ed ecologo di fama internazionale Mario Pavan, professore dell’Università di Pavia, rappresenta il raro e quanto mai positivo esempio del Maestro e del ricercatore che, pur non abbandonando mai la connaturata curiosità propri del naturalista, ha saputo uscire allo scoperto e operare anche nelle complessità del mondo sociale portando in organizzazioni internazionali e nella politica la voce della più profonda competenza. La sua attività quale “non politico nel mondo della politica” è culminata nella recente carica di Ministro dell’Ambiente, dove ancora una volta ha offerto il contributo della sua cultura e operatività.

Mario Pavan ha compiuto studi ed esplorazioni in tutti i continenti e gli oceani, ha prodotto una decina di volumi e centinaia di pubblicazioni scientifiche, fondamentali per la conoscenza e la gestione ecologica del territorio. Combattente vittorioso in tante battaglie per la salvaguardia della natura, ha lungamente agito, in sintonia con il Corpo Forestale dello Stato, per la costituzione di Riserve naturali: questo è stato l’inizio di una nuova politica di gestione del territorio che ha portato l’Italia ad avere oltre 250 Riserve naturali dello Stato e delle Regioni. È per la Riserva naturale di Sasso Fratino da lui proposta e fatta realizzare che le 21 Nazioni del Consiglio d’Europa hanno insignito l’Italia nell’ambito e raro Diploma Europeo.

La Giuria, assegnandoli per la sua opera complessiva il Premio “Honoris Causa”, intende onorare la vita esemplare di uno scienziato che mai s’è chiuso nella sua torre d’avorio. A Mario Pavan, di ascendenza trevigiana, va il saluto del Consiglio Direttivo e della Giuria del Premio, di tutti gli amici e della gente veneta.

Partigiano e scrittore

Nuto Revelli nasce nel 1919 a Cuneo. Nel 1942 parte volontario per il fronte russo, ufficiale effettivo della 2ª Divisione alpina “Tridentina”, per affrontare la seconda battaglia difensiva del Don. Vivrà la tragedia della ritirata, prendendo parte alla battaglia di Nikolaevka. Rientrato in Italia, a partire dal settembre 1943 si unisce alla Resistenza italiana, dapprima con una propria formazione partigiana, poi entrando nella Banda Italia Libera delle formazioni Giustizia e Libertà del Cuneese.

A lunga distanza l’uno dall’altro, pubblica con Einaudi, sei libri, frutto di dure esperienze personali,  di quarant’anni di caparbio lavoro di ricerca e documentazione e di appassionata tenacia per dare voce all’Italia che non conta, agli emarginati, ai dimenticati di sempre: dapprima i reduci di tutte le guerre, poi i contadini delle campagne più povere ed infine le figure femminili delle «calabrotte».

Sono le voci dei «vinti», un affresco minuzioso di un mondo disfatto, di un pezzo della nostra società disgregato nella sua sostanza, dipinto sempre con sensibilissimo impegno civile, con amore per la gente, con rispetto profondo per gli umili. Sono pagine impetuose, racconti di miseria, di fatica bestiale, di fame, al limite della sopravvivenza: «Mai tardi. Diario di un alpino in Russia» (1946); «La guerra dei poveri» (1962); «La strada del Davai» (1966), testimonianze di quaranta reduci della Cuneense; «L’ultimo fronte. Lettere di soldati caduti o dispersi nella seconda guerra mondiale» (1971); «Il mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina» (1977). Nella sua ultima opera, «L’anello forte. La donna: storie di vita contadina» (1985), insignito del Premio Grinzane Cavour nel 1986, le protagoniste sono 260 donne emarginate e coraggiose che si raccontano.

Sempre all’esperienza lacerante della guerra e della lotta di Liberazione, che, ancora, a distanza di tanto tempo interrogano e inquietano profondamente la coscienza, sono ispirate le ultime tre opere di Revelli pubblicate da Einaudi: «Il disperso di Marburg» (1994); «Il prete giusto» (1998); «Le due guerre. Guerra fascista e guerra partigiana» (2003). Pluridecorato per Valor militare e per la sua partecipazione alla Resistenza. Il 29 ottobre 1999 gli viene conferita, all’Università di Torino, la Laurea honoris causa in Scienze dell’Educazione “per l’attività di narratore e di saggista, ma soprattutto per le sue capacità pedagogiche che gli permisero di far conoscere la storia della guerra e il dopoguerra nel Sud del Piemonte”.

Nuto Revelli muore a Cuneo il 5 febbraio 2004.

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione su indicazione unanime della Giuria, lo ha insignito del Premio «Honoris Causa» 1988 ricordandone lo strenuo impegno morale e civile da sempre rivolto alla montagna e al suo «mondo dei vinti».

 

Segretario Generale del Fondo per l’Ambiente Italiano

 

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Glottologo

 

Giovan Battista Pellegrini, nato a Cencenighe (BL) nel 1921, si laurea in Lettere all’Università di Padova nel 1945, conseguendo l’anno successivo il perfezionamento in Glottologia.

Dal 1946 al 1963 insegna nelle Università di Pisa, Palermo e Trieste. Nel 1964 ritorna all’Università di Padova come ordinario di Glottologia, cattedra che mantiene per molti anni, e dove tiene anche i corsi di Storia comparata delle lingue classiche, Linguistica ladina, Lingua e letteratura albanese (con elementi di filologia balcanica). Nel novembre 1991 lascia la docenza.

È membro effettivo di varie istituzioni ed Accademie italiane e straniere: «Istituto internazionale di studi etruschi ed italici di Firenze» (fin dal 1953); «Istituto veneto di scienze, lettere e arti»; «Accademia patavina»; «Deputazione di storia patria delle Venezie»; «Deputazione di storia del Friuli»; «Deputazione di storia patria della Sicilia»; «Accademia degli Agiati di Rovereto». Rappresentante per l’Italia nel «Centro internazionale di studi di onomastica» (CISO) di Lovanio dal 1960; consigliere effettivo del «Centro di studi sull’alto medioevo di Spoleto»; socio corrispondente dell’Accademia della Crusca di Firenze dal 1990.

Numerose le lezioni e gli interventi in conferenze e congressi in Europa, presso università o Istituti di cultura italiana, e, fuori Europa, a Beirut, Algeri, Tunisi e negli USA presso le università di Berkeley e Stanford.  Gast-professor ad Innsbruck per il semestre estivo 1978 e Visiting Full-Professor all’UCLA di Los Angeles California per il Quarter autunnale del 1979. Nelle conferenze ha parlato, oltre che in italiano, in francese, tedesco, inglese, spagnolo, serbo-croato, rumeno, ungherese e albanese.

La sua vastissima produzione scientifica è testimoniata da circa 700 pubblicazioni, di cui 25 volumi quasi interamente dedicata alla linguistica storico-comparativa, salvo pochi contributi di sociolinguistica e di fonetica generale. I suoi studi spaziano dalla dialettologia italiana (specie triveneta), al ladino e friulano (anche con impostazioni generali e rinnovate); dall’onomasiologia all’etimologia; dalla linguistica romanza – per la quale è autore di tre grammatiche storiche di spagnolo, del provenzale e francese antichi – allo studio e l’ermeneutica delle lingue dell’Italia antica (specie venetico e retico). Specialista riconosciuto per quanto concerne i rapporti linguistici arabo-romanzi, la linguistica balcanica e danubiana e, soprattutto, la toponomastica ed antroponimia.

Ha ideato, diretto ed in buona parte redatto l’Atlante storico-linguistico-etnografico friulano (ASLEF). È stato co-direttore degli «Studi mediolatini e volgari» e dell’Archivio per l’Alto Adige. Già direttore degli «Studi linguistici friulani», ha diretto la «Biblioteca di studi linguistici e filologici» della Società filologica friulana.

Per gli alti meriti acquisiti nello studio e nella ricerca linguistica ha ricevuto molti riconoscimenti, tra i quali ricordiamo il dottorato Honoris Causa dell’Università (ELTE) di Budapest nel conseguito nel 1989 e il «Premio unico del Presidente della Repubblica» per le scienze umanistiche conferitogli nel 1990. Nel maggio del 1991 è stato festeggiato con Convegno specifico dai romanisti e linguisti italiani e romanzi di lingua tedesca all’Università tedesca di Siegen. Gli sono stati pure conferiti vari Premi, oltre che dalla S.F.F., anche da Belluno (Premio S. Martino) e dall’Agordino (CAI, «Agordino d’Oro.).

Giovanni Battista Pellegrini muore a Padova il 3 febbraio 2007.

Fotografo

 

Gianni Berengo Gardin nasce a Santa Margherita Ligure nel 1930, ma cresce e studia a Venezia, la sua città. In seguito si trasferirà a Roma, in Svizzera, a Parigi ed a Venezia svolgendo varie attività nel campo del turismo, per stabilirsi, infine, a Milano nel 1965.
Inizia ad interessarsi di fotografia a partire dal 1954. È tra i soci del famoso circolo fotografico La Gondola e, chiamato da Italo Zannier, del Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia. Successivamente con alcuni amici fonda il Gruppo fotografico Il Ponte.
Dall’attività fotografica amatoriale ottiene molti successi ed innumerevoli sue immagini sono pubblicate su cataloghi di importanti mostre e riviste specializzate in ogni parte del mondo.
I suoi primi lavori professionali sono del 1962, e come ha scritto Cesare Colombo: “Dopo un periodo iniziale di obbligatorio eclettismo, Berengo Gardin ha deciso di rinunciare ai facili guadagni e all’atmosfera brillante e mondana legata alla professione della fotografia di moda e pubblicitaria. Si è invece completamente dedicato alla fotografia di reportage per diversi editori e periodici, alla narrazione fotografica come indagine sociale, alla documentazione dell’architettura, alla descrizione dell’ambiente, settori di attività molto meno remunerativi, difficilmente apprezzati dall’editoria italiana, ma più ricchi sul piano dell’autonomia creativa e più vicini al suo modo di concepire e di operare nella vita.”
Le prime fotografie di reportage di Berengo Gardin vengono pubblicate nel 1954 dal settimanale «Il Mondo» nella sua prima serie romana, allora diretta da Mario Pannunzio, che fu per Berengo Gardin grande maestro di vita e di fotografia: la collaborazione durerà sino al 1965. Da allora lavora per le principali testate della stampa illustrata italiana ed anche per alcune straniere, intrattenendo continui rapporti con editori stranieri ed italiani con i quali realizzerà oltre cento volumi fotografici. Continua e regolare è stata soprattutto la collaborazione con il Touring Club Italiano per il quale realizza diversi volumi su regioni e città italiane, e vari paesi europei; per l’Istituto Geografico De Agostini inoltre documenterà con le sue immagini gran parte dell’Italia. Negli anni 1984-1985 su invito del “picture editor” Mauro Galligani, inizia la sua regolare collaborazione con il settimanale EPOCA.
Sue immagini sono inserite nelle collezioni di diversi musei e fondazioni culturali, quali il Museo d’Arte Moderna di New York, il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma, la Biblioteca Nazionale di Parigi, la sede dell’ONU a New York, la Eastman House di Rochester, la Photokina di Colonia, l’Expo di Montreal, la Galleria Nazionale di Arte ed Estetica di Pechino, l’Istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Pisa, ecc.
Ha tenuto oltre 300 mostre personali in Italia e all’estero. Nel 1991 una sua importante retrospettiva è stata ospitata dal Museo dell’Elysée a Losanna e nel 1994 le sue foto sono state incluse nella mostra dedicata all’Arte Italiana al Guggenheim Museum di New York. Tra le più recenti citiamo la personale a Palazzo Pichi Sforza di Sansepolcro (2008); “La Porrettana in cinque amici” (2009) a Porretta Terme dedicata alla prima strada ferrata che attraversò l’Appennino collegando Bologna con Pistoia; ”Storie di un fotografo” tra 2013 e 2014 che ha toccato le città di Venezia, Milano, Verona e Genova; “Venezia e le grandi navi” (2014 e 2015) in collaborazione con il FAI, a Milano (Villa Necchi) e a Venezia (Negozio Olivetti), il suo reportage di denuncia sul passaggio delle grandi navi a Venezia; “Vera fotografia. Reportage, immagini, incontri”, (2016) al PalaExpo di Roma, la sua lunga carriera raccontata attraverso i principali reportage e oltre 250 fotografie; “In festa. Viaggio nella cultura popolare italiana”, 2017 a Pistoia per il festival Dialoghi sull’uomo è stata inaugurata la mostra fotografica L’esposizione, riunisce per la prima volta 60 fotografie in bianco e nero realizzate tra il 1957 e il 2009, molte delle quali inedite, dedicate alla cultura popolare italiana. Una mostra che diviene il racconto di un’Italia “in festa”, dove ognuno celebra la propria cultura e la propria storia con riti vecchi e nuovi: un affascinante mondo popolato di bambini, di zingari, di anziane o giovani signore vestite per la festa e di danzatori di ogni età.
Numerosi e prestigiosi i premi e riconoscimenti: ad Arles, sede degli Incontri Internazionali di Fotografia, ha ricevuto l’Oskar Barnack – Camera Group Award; nel 1994 l’Oscar Barnack Award per il reportage sulle comunità di zingari in Italia, uscito in un volume dal titolo Disperata Allegria – vivere da Zingari a Firenze; il 18 ottobre 2008 a New York gli è stato assegnato il Premio Lucie Award alla carriera, quale riconoscimento per i suoi meriti fotografici.
A maggio 2009 all’Università Statale di Milano gli è stata conferita la laurea honoris causa in Storia e critica dell’arte.

MOTIVAZIONE

“Il Consiglio Direttivo dell’Associazione su indicazione unanime della Giuria, ha insignito del PREMIO HONORIS CAUSA 1989 Gianni Berengo Gardin, maestro di arte ed esplorazione fotografica in Italia e in Europa, anche per il bel volume “LE ISOLE DELLA LAGUNA DI VENEZIA – UN UNIVERSO INESPLORATO, Edizioni L’Altra riva.”

Naturalista e museologo

«Il rispetto della natura viene dalla conoscenza e dall’amore. Ecco, la mia “scala” di valori nei confronti degli animali e della natura è questa: conoscenza, amore e rispetto. Sono, mi si passi l’espressione, “un naturalista religioso”»

 

Sandro Ruffo nasce a Soave (Verona) nel 1915. Affascinato fin da ragazzo dallo studio degli animali, in particolare da quello degli insetti, si laurea presso l’Università di Bologna nel 1938 in Scienze Agrarie, discutendo una tesi sulla biologia dei Coleotteri Crisomelidi, dove ebbe come maestro Guido Grandi, entomologo italiano di fama mondiale.

Chiamato alle armi nel 1939, allo scoppio della guerra è trattenuto in servizio, nel corso del quale otterrà il grado di ufficiale di artiglieria. Nel 1943 l’armistizio lo sorprende nella Francia meridionale, dove viene fatto prigioniero dai tedeschi e internato nei Lager di Polonia e di Germania. Rientrato in patria nell’agosto del 1945, nello stesso anno è nominato conservatore zoologo del Museo Civico di Storia Naturale di Verona, per divenirne poi direttore nel 1964. A lui è affidato il compito della ricostruzione del museo dopo le rovine della guerra, impresa che si conclude nel 1965 con l’inaugurazione del settore espositivo pubblico, completamente rinnovato secondo i moderni criteri della museologia naturalistica. La sua attività di museologo si è sempre alternata con la ricerca scientifica essenzialmente orientata su tre filoni: faunistica e zoogeografia dell’Italia; biospeleologia; sistematica di due gruppi di animali, i Crostacei Anfipodi e i Coleotteri Crisomelidi.

La sua ricerca faunistica si rivolge soprattutto all’esplorazione della catena appenninica. Iniziata nel 1950 nella regione pugliese e nelle Isole Tremiti, su ispirazione di Umberto D’Ancona, zoologo dell’Università di Padova, che fu suo secondo maestro, la ricerca continua poi per oltre vent’anni nei principali gruppi montuosi dell’Appennino, dai Monti Sibillini umbro-marchigiani alle Madonie in Sicilia. Le notizie sulla fauna, ancora poco conosciuta, della regione appenninica, sulle sue caratteristiche zoogeografiche e sulla sua origine nel tempo, saranno materia di studio per zoologi italiani e stranieri.

Un’attenzione particolare è riservata da Ruffo allo studio degli animali viventi nelle grotte, ambiente che ospita una quantità di specie endemiche di grande significato per interpretare l’evoluzione e la storia delle faune. Due regioni carsiche sono particolare oggetto d’indagine: le Prealpi venete, dal M. Baldo ai Lessini, e la Puglia, dal Gargano al Salento. Lo studio delle faune sotterranee (biospeleologia) viene successivamente esteso alla fauna delle acque interstiziali dei fiumi padani, principalmente dell’Adige, e cioè a quel particolare insieme di minuscoli animali che vivono negli interstizi dei sedimenti parafluviali. Nel corso di tali indagini ha modo di scoprire, tra l’altro, due ordini di Crostacei, i Sincaridi e i Termosbenacei, prima sconosciuti nella fauna italiana (e nel secondo caso addirittura in quella europea).

I suoi interessi per la faunistica del nostro Paese lo spingono a far rivivere la collana «Fauna d’Italia», edita dalla Calderini, di cui, fino al 1991, è il presidente del Comitato Scientifico.

Agli Anfipodi Ruffo ha dedicato oltre 120 lavori che riguardano la fauna di regioni e di ambienti diversi: il Mediterraneo, il Mar Rosso, il Madagascar, le coste atlantiche africane, le acque interne nord e centro-africane, i mari antartici. Nel corso di tali studi individua 24 generi e 130 specie nuovi per la scienza. Per studiare gli Anfipodi del Mediterraneo, coordinò l’attività di una decina di zoologi italiani e stranieri, allo scopo di realizzare un’opera, «The Amphipoda of the Mediterranean», uscita in quattro volumi.

A partire dagli anni Settanta il suo studio della faunistica inizia a prendere in considerazione i problemi scaturiti dal deterioramento degli ambienti: collabora al Progetto finalizzato C.N.R. «Promozione della qualità dell’ambiente», curando la pubblicazione di 29 manuali della serie da lui ideata «Guide per il riconoscimento delle specie animali delle acque interne italiane». Insieme a Campaioli, Ghetti e Minelli realizza un manuale pratico per il riconoscimento dei macroinvertebrati delle acque dolci italiane, destinato a facilitare l’uso di questi animali nella elaborazione di Indici Biotici di qualità delle acque. Sempre in questo settore ha infine coordinato con M.G. Braioni dell’Università di Padova le ricerche sulla qualità delle acque dell’Adige, pubblicate in un volume delle «Memorie» del Museo di Verona.

Anche se fu per otto anni professore incaricato di Entomologia nell’Università di Modena, la sua attività di zoologo e di faunista si è interamente svolta nell’ambito del Museo di Storia Naturale di Verona, dimostrando in tal modo come l’istituzione museale possa rappresentare un importante centro di attività scientifica. Ruffo credendo fermamente nell’importanza  della valorizzazione dei musei scientifici, è stato uno dei fondatori e il primo presidente dell’Associazione nazionale dei Musei scientifici. Come museologo ha sempre associato l’attività di ricerca a quella didattica, esplicata sia con il rinnovamento di una struttura espositiva, come quella del Museo di Verona, inizialmente di stampo ottocentesco, sia con la pubblicazione di opere zoologiche divulgative e didattiche da lui scritte o coordinate quali il volume «La fauna» nella serie «Conosci l’Italia» del T.C.I., «Fauna minima delle nostre case», «Grande Enciclopedia illustrata degli animali» per la Mondadori, e il «Trattato italiano di zoologia» per i capitoli su Crostacei, Zoogeografia e Fauna d’Italia.

Numerosissimi gli incarichi accademici ricoperti, più volte Consigliere della Società entomologica italiana e dell’Unione zoologica italiana. Già socio dell’Accademia Nazionale dei Lincei, medaglia d’oro dei Benemeriti della Cultura, Presidente del Comitato Tecnico della Fauna presso il Ministero dell’Ambiente, socio fondatore dell’Associazione Nazionale Musei Scientifici di cui è stato Presidente dal 1973 al 1980, nel 2007 ha ricevuto la Laurea ad Honorem in Conoscenza e gestione del Patrimonio Naturale presso l’Università di Bologna.

Sandro Ruffo muore a Verona il 7 maggio 2010.

 

MOTIVAZIONE

“Il Consiglio Direttivo dell’Associazione, con il parere unanime della Giuria, ha assegnato il PREMIO HONORIS CAUSA 1992 a Sandro Ruffo, già Direttore del Museo di Storia Naturale di Verona, studioso naturalista e museologo di fama internazionale.”

Etnologo, orientalista, alpinista

 

Nato a Firenze nel 1912 da padre italiano e madre inglese, Fosco Maraini si è laurea nel 1937 in Scienze Naturali con una specializzazione in antropologia; subito dopo parte per il Tibet al seguito del famoso orientalista Giuseppe Tucci che considererà sempre suo grande maestro. Nel 1938, grazie ad una borsa di studio, si reca in Giappone, ammesso come assistant professor all’Università di Hokkaido (Sapporo).
Tre anni più tardi, gli sconvolgimenti causati dallo scoppio della seconda guerra mondiale non gli consentono di rientrare in Italia ed accetta la nomina di lettore d’italiano presso l’Università di Kyoto. Rifiutatosi di aderire alla Repubblica di Salò, negli anni fra il 1943 e il 1945, viene internato come nemico dalle autorità giapponesi nel campo di concentramento di Tempaku presso Nagoya, insieme alla moglie Topazia Alliata e alle tre figlie, Dacia, Yuki e Toni: riuscirà a fare ritorno in Italia solo nel 1946. Due anni più tardi riparte per il suo secondo viaggio in Tibet, immancabilmente al fianco del Prof. Tucci. L’incontro con la spiritualità e le tradizioni tibetane gli dischiuse le porte dell’Asia, il continente a cui Fosco Maraini ha dedicato buona parte della sua vita. Da questa esperienza nascerà, dopo qualche anno di gestazione, Segreto Tibet, un classico della letteratura di viaggio, presentato nel 1951, quando si stava concludendo l’occupazione delle truppe di Pechino. Il libro, di grande successo e tradotto in dodici lingue, descriveva una nazione, un paese, un popolo fermo in un Medioevo altamente e raffinatamente civile, privo di quelle scoperte, di quegli strumenti resi disponibili dalla scienza e dalla tecnologia ma che trovava nella propria antica civiltà religiosa, artistica, letteraria, teatrale e musicale i mezzi per trascorrere un’esistenza ricca di soddisfazioni fino allo stravolgimento causato dalla colonizzazione cinese.
Nel 1953, Maraini ritorna in Giappone dove gira una serie di importantissimi documentari etnografici, alcuni dei quali, purtroppo andati perduti. e raccoglie numeroso materiale che adopererà per la pubblicazione di tre volumi fondamentali: Ore giapponesi del 1956 (tradotto in cinque lingue), L’isola delle Pescatrici del 1969 (tradotto in sei lingue) e, infine, Japan.Patterns of Continuity (1971), monografia illustrata sul Giappone, ristampata più volte e tradotta in diverse lingue. In ragione della sua quasi ventennale permanenza nel paese, Fosco Maraini sarà insignito dal Governo del Giappone della Stella dell’Ordine del Sol Levante e ha ricevuto il Premio della Japan Foundation “Per la diffusione della cultura giapponese all’estero”.
Nel 1958 partecipa, in qualità di membro del CAAI (Club Alpino Accademico Italiano), alla spedizione nazionale al Gascherbrum IV (Karakorum), straordinaria avventura che racconterà in G4, Karakorum (1960); nell’anno successivo, dirige un’altra importante spedizione del CAI al Saraghrar nell’Hindu-Kush, che descriverà in Paropàmiso.
Negli anni successivi Maraini divide la sua vita tra il Giappone dove ritorna diverse volte per incarichi di studio e insegnamento, l’Italia e l’Asia. Risiederà parecchi mesi anche a Gerusalemme e di questo periodo è testimonianza uno dei libri più belli mai scritti sulla città, Jerusalem, Rock of Ages, pubblicato dalla Harcourt Brace di New York.
Le sue esperienze e i suoi studi sono testimoniati dai numerosi libri di prestigio internazionale, che consacrano e testimoniano un’intera esistenza vissuta e osservata con gli occhi curiosi ed esperti del fotografo, dell’etnologo, del poeta, del viaggiatore e dell’alpinista.
A quasi quarant’anni di distanza dalla prima pubblicazione, nel 1998, cura un’edizione aggiornata, pubblicata da Corbaccio, del suo primo grande successo, Segreto Tibet, riproponendo le immagini ed il racconto di un tempo, inquadrati e messi a fuoco nel contesto della realtà contemporanea, con tutte le sue implicazioni storiche, sociali e culturali.
Negli ultimi tempi, profondamente colpito dalla strage delle Torri Gemelle, si dedica con appassionato impegno allo studio dei rapporti tra Islam e Occidente, riconsiderando le sue esperienze dirette di incontro con la cultura islamica.
Fosco Maraini muore a Firenze martedì 8 giugno 2004.

MOTIVAZIONE

“Grande testimone del nostro tempo, insigne orientalista, etnologo e antropologo, valente esploratore, alpinista, poeta della fotografia, scrittore di notorietà internazionale, viaggiatore incantato nei più remoti angoli della terra, spirito avventuroso, fortemente preso dalla passione per la scoperta e la conoscenza di culture lontane, ricche sempre di caratteristici valori spirituali, delle quali egli ha saputo acutamente cogliere l’anima profonda, traducendone poi le ricche suggestioni in opere splendide, impreziosite da una scrittura fresca ed efficace, generatrice di intense emozioni.
Citiamo fra tutte “Segreto Tibet”, del 1951, divenuto ormai un classico della letteratura di viaggio, tradotto in dodici lingue, riproposto quest’anno da Corbaccio in edizione aggiornata; e “Ore giapponesi”, del 1956, altra opera esemplare che, fin nel titolo, rammenta la sua intensa frequentazione di quel paese orientale, nel quale ha trascorso un ventennio della propria vita.”

Associazione ambientalista

 

Il Worldwatch Institute, fondato nel 1974 da Lester Brown con un finanziamento del Fondo dei Fratelli Rockefeller, è un’organizzazione privata senza scopo di lucro, dedicata alla ricerca per l’analisi dei problemi ambientali mondiali. Dieci anni dopo la fondazione, nel 1984, Brown pubblica i famosi rapporti sullo stato del mondo: valutazioni annuali, diventate la “bibbia” del movimento mondiale per l’ambiente. Tradotti in tutte le principali lingue del mondo – cinese, giapponese, spagnolo, francese, russo, arabo, portoghese, indonesiano, tedesco, polacco, italiano – State of the World ha raggiunto uno status semi-ufficiale.

Lester R. Brown, considerato “uno dei pensatori più influenti del mondo”, inizia la sua carriera come agricoltore di pomodori nel New Jersey meridionale, insieme al fratello. Nel 1955 consegue la laurea in Scienze Agricole presso l’Università di Rutgers e si trasferisce per sei mesi nell’India rurale.

Nel 1959 inizia a lavorare come analista internazionale per il Dipartimento di Agricoltura Americano, partecipa ad un Master in Economia Agricola presso l’Università di Maryland e ad un M.P.A. ad Harvard. Nel 1964 affianca Freeman, allora Ministro per l’Agricoltura, in qualità di consigliere per la politica agricola estera. Due anni più tardi viene nominato Amministratore del Servizio di Sviluppo Agricolo Internazionale del Dipartimento, ma nel 1969 lascia il governo per collaborare con James Grant, ex responsabile dell’UNICEF, nella realizzazione del Consiglio per lo Sviluppo Estero.

Dalla fondazione, nel 1974, del Worldwatch Institute, cura la pubblicazione di articoli, recensioni, annuari e libri riferiti all’analisi dei problemi ambientali mondiali, sensibilizzando l’opinione pubblica sulla drammatica situazione attuale.

Fra i molti premi ricevuti e le onorificenze assegnate si ricordano il premio Mac Arthur Fellow nel 1986, il premio ecologico delle Nazioni Unite nel 1987, la Medaglia d’oro del Worldwide Found for Nature nel 1989 e il premio “Blue Planet” nel 1994, conferito per il suo contributo eccezionale alla soluzione dei problemi ecologici mondiali. Nel 1998 è stato incluso tra i “100 Campioni della Conservazione” della Audubon Society. Ha inoltre ricevuto diverse lauree Honoris Causa.

 

MOTIVAZIONE

“La Giuria del Premio e il Consiglio Direttivo dell’Associazione, all’unanimità, assegnano il Premio “Honoris Causa” 1999 al WORLDWACHT INSTITUTE di Washington, fondato e diretto da Lester Brown, con la seguente motivazione: per il puntuale check-up della Terra raccolto nell’annuario più qualificato sullo stato dell’ambiente nel mondo, strumento di analisi scientifica per ridisegnare una nuova economia sostenibile, utilizzato da docenti, economisti e leader politici. Si esprime inoltre vivo plauso alle EDIZIONI AMBIENTE per aver dato alla stampa in edizione italiana a cura di Gianfranco Bologna, il rapporto annuale “STATE OF THE WORLD 99 – Stato del pianeta e sostenibilità”.

Alpinista e scrittore

Walter Bonatti, nasce a Bergamo nel 1930. Fin da giovane, si dedica all’alpinismo estremo, compiendo le sue prime scalate sulle Prealpi lombarde nel 1948; l’anno successivo, ha solo 19 anni quando decide di affrontare le più difficili pareti del mondo; e da quei primi successi la sua vita fu un susseguirsi di imprese dalle difficoltà estreme, spesso dal sapore dell’incertezza, dell’emozione, a volte realizzate al margine del dramma.

Tra le imprese più significative portate a termine spostando sempre più avanti i limiti dell’umanamente possibile sono senz’altro da annoverare la parete Est del Grand Capucin (1951); le pareti Nord delle Cime di Lavaredo in invernale (1953); il bivacco oltre gli 8100 mt. sul K2 (1954); la scalata solitaria del Pilastro del Dru (1955); la traversata sci-alpinistica delle Alpi, completata dalle Giulie alle Marittime (1956); la prima scalata del Gasherbrum IV° 7980 mt. (1958); la parete Nord delle Grandes Jorasses d’inverno (1963); la parete Nord del Cervino d’inverno, in scalata solitaria e diretta (1965). Centinaia di altre scalate di prim’ordine in Europa e in tutto il mondo, integrano la sua lunga carriera alpinistica del genere classico.

Dal 1965, Bonatti abbandona l’alpinismo estremo per dedicarsi all’esplorazione e all’avventura nelle regioni più impervie del mondo, come inviato del settimanale Epoca. I suoi reportages foto-giornalistici gli hanno valso i premi “Die Goldene Brende”, edizioni 1971 e 1973 (per iniziativa della rivista Bild Der Zeit di Stuttgart) e il riconoscimento in America con l’assegnazione del trofeo “Il Gigante dell’avventura – 1971” per iniziativa della rivista “Argosy” di New York.

È stato anche scrittore, autore di molti libri di successo: I Giorni Grandi (1978); Ho vissuto tra gli animali selvaggi (1980); Le mie montagne (1983); Avventura (1984); Magia del Monte Bianco (1984); La mia Patagonia (1986); Processo al K2 (1985); Un modo di essere (1989); L’ultima Amazzonia (1989); Montagne di una vita (1995); K2 – storia di un caso (1996); In terre lontane (1997); Fermare le emozioni (1998); Solitudini austral” (1999).

Numerosi i riconoscimenti conseguiti: Medaglia d’oro al Valor civile della Repubblica Italiana; Medaglia d’Oro del Consiglio d’Europa; Gran Premio dell’Académie des Sports di Parigi; Medaglia d’Oro al Valor sportivo italiano. Nel 2000 è stato elevato al grado di Ufficiale dell’Ordine della Légion d’Honneur dal Presidente Chirac.

Walter Bonatti è mancato a Roma nel 2011.

 

MOTIVAZIONE

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione “Premio Letterario Giuseppe Mazzotti” e la Giuria del Premio GAMBRINUS “GIUSEPPE MAZZOTTI”, all’unanimità hanno deciso di assegnare il Premio “Honoris Causa” a Walter Bonatti, con la seguente motivazione:

“Ultimo di quei grandi alpinisti classici che salirono vette intatte all’inizio dei tempi, scalatore solitario che ha saputo in giornate lunghe e terribili, fra ghiacci e grandi silenzi, scalare montagne tanto alte e lontane da essere spesso invisibili, nascoste fra le nubi. La parete Est del Grand Capucin, il pilastro del Dru, la Nord del Cervino, le magiche e misteriose cime himalaiane con il Ghaserbrun IV, gli oltre 8000 del K2, portando sulle spalle bombole di ossigeno per la cordata che lo precedeva, sorda alle sue chiamate e, di lassù, la lunga discesa per una delle creste di ghiaccio più alte del mondo.

Ha attraversato a piedi il Polo Sud, tanti altri posti remoti e sconosciuti ed è rimasto sempre quel ragazzo puro e coraggioso degno delle immense solitudini e delle grandi vette. E lassù, nei gelidi deserti di ghiaccio himalaiani, ha ritrovato in spirito il grande poeta himalaiano dei millenni passati, Milarepa, che scrisse quei versi che sembrano fatti apposta per lui: Nelle solitarie montagne fra le pietraie c’è uno strano mercato. Puoi barattarvi il vortice della vita per una beatitudine senza confini.

Quello strano mercato lo attendeva nei luoghi alti dove, secondo la Bibbia, Dio è presente e lo ha premiato.

Tutta la sua vita, limpida e coraggiosa, ritorna nei suoi libri che fanno rivivere momenti indimenticabili: grazie Walter, per tutto quello che ci hai dato”.